Non è ancora ben chiaro quali saranno le trasformazioni che in virtù delle nuove disposizioni del Co dice dei beni culturali (comprendenti, fra l'altro, la possibilità di affidare all'esterni le attività di valorizzazione del patrimonio artistico e culturale) riguarderanno anche l'Umbria, dove si contano circi cento musei, di cui cinque di diretta pertinenza statale. Quello che risulta certo, però, è che le modalità di gestione dei servizi aggiuntivi e delle attività di valorizzazione de monumenti saranno soltanto quelle descritte nel Codice dei beni culturali. La norma, all'articolo 115, stabilisce che le attività di valorizzazione del patrimonio artistico statale, regionale e degli enti locali possano essere gestite direttamente dalla pubblica amministrazione oppure affidate a terzi. Secondo Massimo Mortella, dirigente del Servizio regionale musei, biblioteche e archivi, il provvedimento non porterà modifiche sostanziali rispetto al passato e non aggiungerà nulla in più rispetto a quanto già stabilito in altri provvedimenti, come la cosiddetta legge Ronchey del 1993, che ha consentito a imprese private esterne alla pubblica amministrazione di gestire i servizi di accoglienza e ristoro lei luoghi d'arte. «Rapporti di ampia collaborazione con privati nella gestione dei beni artistici e culturali spiega Montella sono già in corso, ad esempio, nella Galleria nazionale dell'Umbria di Perugia. Non mi sembra ci siano le condizioni per dare maggior credito ai privati». Secondo il parere del soprintendente regionale ai beni artistici, ambientali e architettonici dell'Umbria, Luciano Marchetti, l'introduzione del nuovo Codice dei beni culturali è necessaria perché recepisce quanto stabilito dalla riforma del Titolo V della Costituzione. «La norma in materia di valorizzazione del patrimonio artistico e culturale italiano rileva risaliva al 1939 e quindi aveva bisogno di essere adeguata e aggiornata alle mutate condizioni normative del Paese». Con la modifica costituzionale, infatti, sono state ridistribuite le competenze tra centro e periferia in materia di beni culturali ed è stato stabilito che la valorizzazione del patrimonio sia oggetto di legislazione concorrente tra Stato e Regione. I principi generali sono stabiliti, quindi, dal governo centrale, mentre tocca alla Regione metterli in pratica. «Il Codice conclude Marchetti è utile poiché serve a portare chiarezza nella materia e a stabilire "chi fa cosa". Lo Stato si occupa della salvaguardia, del restauro e dello studio del patrimonio artistico, mentre la valorizzazione viene gestita anche dalla Regione, che a questo scopo può stipulare accordi ben precisi con l'ente proprietario del bene. È importante sottolineare, inoltre, che il Codice lascia un margine di due anni entro il quale è possibile compiere eventuali aggiustamenti che ne migliorino l'applicazione».