Smentisco la notizia pubblicata ieri in cronaca di Napoli con grande clamore di essere l'autore del disegno di un «passamano» sulla gradinata di via Bausan. Non so chi ha fornito questa informazione sbagliata ad Anna Paola Merone, ma sarebbe stata sufficiente una telefonata per verificarne l'attendibilità. Quel «passamano » non piace neanche a me. Ma non è questo il punto. Non è la prima volta che subisco critiche per opinabili questioni di gusto sull'arredo urbano. La stessa Merone, che è una giornalista gentile e raffinata con la quale ebbi modo di dialogare serenamente sul ripristino di piazza Amedeo, non indugiò a censurarmi per aver riadottato i lumi storici di piazza Amedeo. In quel caso la mia colpa sarebbe stata di non aver cancellato il simbolo del fascio littorio dalle basi di ghisa. Provai a motivare quella scelta sostenendo che, a distanza di più di cinquant'anni dalla fine del fascismo, quella icona rappresenta un mero connotato storico . Apriti cielo. Seguirono a quell'intervista invettive alla mia presunta apologia del regime. Fui difeso in quell'occasione da Nicola Pagliara e Gerardo Mazziotti, così come in altre occasioni scesero in campo con giudizi favorevoli Mario De Cunzo e Guido Trombetti. Insomma non mi posso lamentare se vengo criticato da altri, perché de gustibus est disputandum (e si è sempre discusso). Un «passamano» però non è un grattacielo (a prescindere, direbbe Totò, dall'autore). I toni della polemica dovrebbero restare proporzionati all'oggetto, senza scadere nello sberleffo come capitò anni fa alla cosiddetta «fontana dei capitoni». Per quel che mi riguarda ho sempre illustrato in luoghi pubblici le proposte per Chiaia fin da quando nel lontano 1999, insieme all'amico Massimo Rosi, fummo invitati ad affiancare con una consulenza gli uffici tecnici comunali per la riqualificazione di alcune strade e piazze del quartiere (al quale ho dedicato anche studi storici). L'invito ci fu rivolto non solo dall'amministrazione, ma anche da alcune associazioni dei commerciati e dei residenti. Abbiamo discusso sempre in luoghi pubblici, non solo e reiteratamente nella sede della Municipalità in piazza Santa Maria degli Angeli, ma anche nel Teatro Sannazaro, nell'ex Cinema Alcione e ultimamente al Pan in una conferenza promossa dall'allora assessore Elisabetta Gambardella. Stranamente in quelle occasioni non abbiamo raccolto espliciti pareri negativi. Anzi. Abito nel quartiere e sono più interessato ad ascoltare le opinioni del giornalaio, del tabaccaio e del fruttivendolo, piuttosto che le derisioni di qualche bacchettone che spara sentenze sul buon gusto con un'arroganza pari sola alla sua ignoranza sulle questioni del design e dell'architettura. È facile e fin troppo comodo come ci ha insegnato Eduardo De Filippo dire sempre «a me il presepe non mi piace». Più difficile è motivare con argomentazioni logiche il perché. Torniamo allora a piazza Amedeo della quale mi assumo tutta la responsabilità di eventuali errori, lasciando il merito dell'esecuzione al direttore dei lavori e all'impresa che seppe concludere i lavori prima della scadenza contrattuale senza chiudere mai il traffico in quel nodo nevralgico. Aggiungo (come aggravante delle mie colpe) di non aver raschiato il fascio littorio neppure dall'orologio in ghisa, realizzato negli anni Trenta e ripristinato in via Filangieri. D'altronde gli occhi che sanno osservare avranno notato tali icone anche sul frontespizio della Galleria Laziale a Piedigrotta e su molti tombini in ghisa. Sarebbe un'impresa (tanto ardua, quanto insensata) provare a cancellare tutti i segni di quel passato. La scelta di ripavimentare la piazza Amedeo con cubetti di porfido deriva a sua volta da una valutazione di carattere storico-culturale. Personalmente non sono ideologicamente contrario all'asfalto. Ritengo anzi che sia senz'altro da preferire sui grandi assi di scorrimento, come per esempio via Marina. Ma in un luogo storico può valere la pena di addossarsi l'onere della manutenzione, laddove un camion sovraccarico faccia saltare qualche cubetto. Al di là di queste dispute interminabili, quel che resta oggettivamente dimostrabile mettendo a confronto «com'era » e «com'è» ora piazza Amedeo (ho le foto e i rilievi per chi avesse perso il ricordo) è il fatto che sono stati aggiunti un largo per la sosta davanti all'uscita della Metropolitana e alberi nel marciapiede prospiciente ed è stata percettivamente evidenziata (come un «monumento») la grande magnolia circondata fino a poco tempo fa dai contenitori di immondizia. Analogamente sono state sottratte al degrado e al parcheggio abusivo la piazzetta Amendola davanti al Liceo Umberto, il largo antistante la Chiesa di Santa Teresa (piantumando nuovi alberi e inserendo una panchina) nonché il largo antistante la gradinata D'Andrea, con una mimosa che annuncia la primavera. Ancora due filari di alberi sono stati per la prima volta piantumati in via Carducci e aggiunti vari altri alberi in piazza San Pasquale. Sono stati allargati di circa un metro e ripavimentati con pietra i marciapiedi di via dei Mille e via Filangieri. Forse a qualcuno sembrerà troppo poco e qualcun altro dirà che preferiva i preesistenti mattoncini di cemento (peraltro ancora godibili in via Fiorelli e via Imbriani). Il cosiddetto arredo urbano ha dei limiti intrinseci. Ed è impossibile accontentare tutti. Ho provato ad adottare soluzioni sobrie e razionali, tendezialmente gradite a un largo pubblico. Ma rassereno gli incontentabili che neanche sotto minaccia armata mi occuperò d'ora in avanti di «arredo urbano » a Napoli.