Dopo mesi di polemiche dove ognuno ha detto la sua (ambientalisti, verdi, sovrintendenti, critici, eccetera eccetera) domani il nuovo Codice dei Beni Culturali entra finalmente in vigore. Il Colosseo, come ha più volte ripetuto il ministro Urbani, non è e non sarà mai in vendita. Esiste invece già un elenco di immobili che potrebbe essere messo all'incanto dopo il via libera delle sovrintendenze locali e del ministero. Chi si aspetta di trovare nella lista nomi prestigiosi resterà deluso. Si tratta di una scarna paginetta che elenca due ex sedi del Fascio, una ad Acquate in provincia di Lecce ed una a Vimercate, l'ex palazzo del Littorio di Varese, quattro ex caserme a Cosenza ed infine, unico bene più noto, Palazzo Blumensthil a Roma. È lo stesso ministro, Giuliano Urbani, a illustrare tutte le novità del codice con il quale si mette anche definitivamente fine alle polemiche sulla presunta volontà del governo di svendere i gioielli del Belpaese. Con la riforma del Titolo V della Costituzione si era creato un caos di competenze tale, spiega il ministro, tale «da mettere in pericolo il patrimonio artistico». Con questo Codice invece, precisa Urbani, si fornisce «uno strumento unico, e non certo per difendere qualche Caserma, e promuovere il tesoro degli italiani, coinvolgendo gli Enti locali e definendo in maniera irrevocabile e categorica i limiti dell'alienazione del demanio pubblico». Dunque resteranno comunque sempre esclusi da qualsiasi ipotesi di vendita «i beni di particolare pregio artistico, storico, archeologico e architettonico e i beni mobili». Nel documento si distinguono due tipologie di beni culturali: quelli intesi in senso stretto (storici, artistici, archeologici) e i paesaggi italiani, che entrano a far parte del patrimonio culturale. Ma cosa cambia con il nuovo Codice? Non si distingue più l'attività di tutela da quella di valorizzazione: Stato, Regioni ed Enti locali collaboreranno sulla base di programmi concordati per costruire un sistema integrato di valorizzazione. Si è cercato di evitare le frammentazioni lasciando il ministero titolare naturale di queste funzioni con la possibilità di conferire sulla base di appositi accordi queste funzioni anche agli enti locali. Il Codice riordina la disciplina dell'alienabilità dei beni culturali di proprietà pubblica. Prima di tutto individuando una serie di beni culturali demaniali inalienabili : immobili e aree archeologiche, i monumenti nazionali, le raccolte di musei, pinacoteche, gallerie e biblioteche, gli archivi, le opere di autori viventi o eseguite negli ultimi 50 anni di proprietà pubblica. Il Codice poi disciplina l'alienazione che richiede in ogni caso l'autorizzazione del ministero, rilasciata soltanto se dalla vendita non derivi danno alla conservazione di questi beni e non risulti menomata la loro pubblica fruizione.
Domani in vigore il Codice delle polemiche
Il nuovo Codice dei Beni Culturali entra in vigore domani, mettendo fine alle polemiche sulla presunta volontà del governo di vendere i gioielli del Belpaese. Il ministro Urbani ha spiegato che il codice fornisce uno strumento unico per promuovere il patrimonio artistico e storico, coinvolgendo gli Enti locali e definendo i limiti dell'alienazione del demanio pubblico. I beni culturali demaniali inalienabili includono immobili, aree archeologiche, monumenti nazionali, raccolte di musei e opere di autori viventi o eseguite negli ultimi 50 anni.
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