Larmiere di Cosa nostra alla festa dellonorevole La segreteria di Antinoro invitò i familiari del boss La testimonianza di un medico dellArenella conferma per i pm la vendita dei voti Il magazziniere di Multiservizi consegnò a Dina un elenco di amici da assumere «Mi ha telefonato ora ora quella, la segretaria di Antinoro. Dice che lui, questo pomeriggio è qua allhotel, là in via Montepellegrino. Ha detto, "se lei ha qualcuno signora che lo conosce ci vada oggi pomeriggio"». Il 13 giugno 2008, la segreteria di Antinoro chiamò la sorella del boss Agostino Pizzuto, per avvisare di una festa post-elettorale. E lei subito avvertì il fratello: «Perché è una cosa dice sta mettendo ad impostare un poco di persone». Le intercettazioni dei carabinieri hanno seguito passo passo quella lunga campagna elettorale che fu di grande successo per lassessore Antinoro: così è emerso il ruolo di un intermediario fra il politico e i boss. Si tratta del dottore Domenico Galati, un medico di base che ha studio nel quartiere Montepellegrino: è lui il supertestimone di cui ieri aveva parlato Repubblica. È stato interrogato a lungo venerdì mattina dal sostituto procuratore Gaetano Paci, ed avrebbe confermato molti particolari importanti su quel passaggio di soldi da Antinoro ai boss. «È stato Antinoro a fare ai magistrati il nome del medico - tiene a precisare lavvocato Massimo Motisi - raccontando con serenità che nello studio del professionista aveva incontrato il signor Pizzuto, nelloccasione di una piccola riunione elettorale con quelli che Antinoro sapeva essere pazienti del dottore». Antinoro ammette anche di aver dato successivamente una busta con dei soldi a Galati, come rimborso per le spese elettorali («affissione manifesti, cene in pizzerie»). Il vero nodo dellinchiesta è adesso il lungo verbale delle dichiarazioni di Domenico Galati in Procura. Ci sarebbe stato un secondo incontro fra Antinoro, Galati e alcuni suoi pazienti (fra cui il presunto boss Pizzuto). Anche Antinoro se nè ricordato durante linterrogatorio: «Si tenne nella sede di un sindacato di medici, in via Abruzzi». Solo questo ricorda lassessore. «Forse», è ancora lui stesso ad accennarlo, proprio in quelloccasione fu consegnata a Galati una busta col rimborso per le spese elettorali. Di Galati gli inquirenti sapevano già dalle intercettazioni. Quel 13 giugno 2008, quando il boss e sua sorella parlavano al telefono dellinvito ricevuto dalla segreteria di Antinoro, era spuntato proprio il nome del medico. Diceva Agostino Pizzuto: «Questa giornata ci andiamo, ma il dottore Galati è di mattina o di sera?». Rispose la sorella: «Di pomeriggio è». Ma avvertì: «Lascialo andare perché appena tu ci vai lui ti crea problemi, già me lo ha detto diecimila volte, le stesse cose ripete». Commentò Pizzuto: «Ho capito, va bene, più tardi vediamo come possiamo fare». La telefonata si concluse in modo alquanto significativo: «Più tardi ci avviciniamo. Stiamo attenti». Chissà perché tanta prudenza dopo le elezioni, dopo quelle riunioni persino nella sede di un sindacato di medici. Il pool coordinato dal procuratore aggiunto Antonio Ingroia è convinto che il pagamento di 3.000 euro, da Antinoro ai mafiosi di Resuttana, ci fu. E daltro canto i boss dicevano: «Quello ci? gli ha mandato una cosa là». Commentano i pm Paci e Sava nel decreto di fermo che fa ha portato in carcere Pizzuto e altre 18 persone: «I tre riuniti in quella sede (Antonino Caruso, Agostino Pizzuto e Riccardo Milano) esprimevano la loro soddisfazione per il rispetto dei patti da ambo le parti. Il pagamento era avvenuto». I boss concludevano: «Noi lo abbiamo servito». Un altro medico, anche lui impegnato nel sindacato, è finito nel secondo capitolo di questa inchiesta su mafia e politica, quella che vede indagato il deputato regionale dellUdc Nino Dina, per concorso esterno in associazione mafiosa. Si tratta di Antonio Iacono, in servizio alla Rianimazione di Villa Sofia. Guarda caso, proprio in quellospedale lavorava un altro degli ambasciatori del clan di Resuttana in politica, Antonino Caruso, pure lui arrestato nel blitz dei 19: ufficialmente, era solo un dipendente della società regionale Multiservizi, addetto al magazzino di Villa Sofia. Anche un altro degli arrestati, Antonino Genova, lavorava in ospedale, come addetto alle pulizie di una cooperativa. Era soprattutto Caruso ad avere un gran da fare a Villa Sofia: «Ma pure tu o frate, io a volte non ti capisco. Ti vengono a trovare 20 cristiani al giorno a Villa Sofia, ma chi te lo fa fare?», chiedeva Genova. E Caruso rispondeva: «Mantieni un prestigio, dove vai ti trovi le porte aperte, dopo di che? se ti domando il voto me lo dai». Ma soprattutto a una cosa aspirava Caruso: «Quando cè mio figlio laltro che fa 18 anni ci dico? mi imposti a mio figlio che poi io ti do i voti». Dicono le intercettazioni che fu il dottore Iacono a organizzare un incontro fra i boss e Dina. Al politico Udc doveva essere consegnata una busta con un elenco di persone, probabilmente da assumere. Erano tutti parenti di carcerati. Dopo la riunione (la seconda, in realtà, perché la prima era andata a vuoto), Caruso raccontò a Pizzuto: «Oggi ho avuto lincontro con Nino Dina, a me mi sembrava che tutto quello che avevamo organizzato, sia con Antonio Iacono sia con altri? minchia siamo andati a trovare una sedia vuota». Le aspettative erano andate deluse. Così spiegava ancora Caruso: «Gli ho detto? io gli dovevo dare qualche nominativo, perché cè qualche caso, qualche ragazzo che è caduto in disgrazia e magari cè la moglie che mette la pentola? tutto qua. Dice, per ora, non possiamo fare niente - questa sarebbe stata la risposta di Dina - più in là se ne può parlare, più in là». Scrivono i magistrati: «Lonorevole Dina aveva risposto rimandando a eventuali interventi al dopo elezioni, ovvero dopo la campagna elettorale per la quale "arruolava", in tal modo, sia Caruso, sia ciò che esso rappresentava e che Dina aveva perfettamente compreso».