Cent'anni fa venivano scoperte le incisioni della Valcamonica, Dal 79 «Patrimonio dell'umanità», il primo in Italia E' stato il primo sito italiano a ottenere il riconoscimento di patrimonio mondiale da parte dell'Unesco: era il 1979 e l'arte rupestre della Vai Camonica batté persino il Cenacolo di Leonardo (che l'ottenne l'anno successivo), il centro storico di Firenze e la laguna di Venezia. In effetti il sito archeologico è spettacolare sia dal punto di vista paesaggistico che storico: un santuario a cielo aperto dove i camuni, la popolazione preistorica che si stanzi nella valle, hanno lasciato centinaia di migliaia di disegni (si parla di 300mila, ma è impossibile calcolarli tutti) che arrivano a coprire le pareti rocciose fino a mille metri di quota. Ma assieme all'anniversario dei trent'anni del primato Unesco, quest'anno la Val Carnonica festeggia anche i cento anni dalla scoperta del sito avvenuta nel 1909 da parte di Walter Laeng, un bresciano alpinista che in Val Camonica andava ad arrampicare. Non che gli abitanti del luogo non avessero mai visto i graffiti, ma non se ne curavano. Laeng, invece, vide i due spettacolari massi di Cemmo (in questo periodo, incredibile, il parco che li accoglie è chiuso mentre sono aperti i parchi di Naquane e di Seradina e Bedolina) che sotto il pendio a strapiombo della montagna, si ergono in una solitudine sacra e sono incisi con cervi, camosci, volpi, scene di aratura, asce, alabarde, pugnali, carri trainati da buoi, uomini. Laeng segnalò la scoperta al Touring Club e nel 1914 venne pubblicata sulla prima guida d'Italia. Solo nel 29 due studiosi, Giovanni Marro e Raffaello Battaglia, cominciarono a condurre ricerche scientifiche. I due massi di Cemmo erano un assaggio dello spettacolo che si sarebbe dischiuso agli archeologi: 25 km quadrati di graffiti solo nell'area di Capo di Ponte e intere zone ancora oggi seppellite dai boschi. La storia comincia 8 mila anni fa, epoca cui risalgono le prime tracce umane in quella valle dove l'ultima glaciazione levigò le rocce in superfici lisce o striate, a «dorso di balena», come immensi fogli su cui incidere i disegni che si sovrapposero l'uno sull'altro per millenni diventando sempre più complessi e dettagliati, via via collegati anche in racconti da cui gli archeologi hanno tratto le informazioni sulla vita dei camuni. «Una delle immagini più frequenti è il guerriero», racconta Alberto Marretta, studioso di arte rupestre. «Ma non si hanno rappresentazioni di guerre: le scene sono di duelli, reali o forse solo rituali». In effetti i camuni rimasero quasi isolati e indipendenti fino al 16 a. C., quando i romani riuscirono a sottomettere la popolazione. Altro simbolo è la cosiddetta rosa camuna. «In realtà se ne sono trovate in Svezia, Inghilterra e penisola Iberica, ma in Val Camonica le rappresentazioni sono più di cento. Il significato resta un mistero: è un simbolo associato al guerriero, forse legato all'energia cosmica. Ne esistono varianti a forma di svastica, forse per una simbologia solare», spiega Marretta. «Dimostrazione che i nostri antenati condividevano con altri europei un sapere spirituale universale che oggi non sappiamo più leggere».