Palermo. Cinquanta euro: tanto costerebbe, a Palermo, comprare un voto dalla mafia. Si torna a parlare di rapporti tra le cosche, attraversate da una profonda crisi economica, e i politici, pronti a stringere patti elettorali con i boss, nell'ultima indagine della Dda di Palermo: 19 presunti uomini d'onore fermati e due capimafia arrestati. Sotto inchiesta le regionali 2008. Il politico indagato è uno degli assessori della giunta Lombardo: Antonello Antinoro, esponente Udc con delega ai Beni Culturali, eletto con 28.250 voti. Secondo gli inquirenti avrebbe dato 3mila euro a due mafiosi per assicurarsi sessanta preferenze. Ieri i carabinieri gli hanno notificato un avviso di garanzia contestandogli il reato di voto di scambio e i pm l'hanno interrogato. Lui ha risposto alle domande dei magistrati, certo che la Procura «abbia il dovere di fare il proprio lavoro». Ma di dimettersi non ha intenzione. «Continuo a svolgere il mio lavoro come ho sempre fatto - ha detto - Nell'avviso di garanzia notificatomi vi è scritto che avrei pagato 3mila euro per 60 voti. Nel 2006 i cittadini mi hanno sostenuto con 30.357 voti e nel 2008 con 28.250. Ogni commento è superfluo». Una posizione, quella del politico, sostenuta dal governatore siciliano Raffaele Lombardo, fiducioso nei magistrati ma anche nell'estraneità del suo assessore alle accuse. Ma Antinoro non è l'unico politico citato nelle oltre 1000 pagine del provvedimento disposto dalla Procura. In più parti negli atti dell'inchiesta compare il nome un altro esponente dell'Udc, il parlamentare regionale Nino Dina. Per lui l'accusa è di concorso in associazione mafiosa. Le cimici, piazzate dagli investigatori nell'auto di uno degli arrestati, hanno registrato una serie di conversazioni da cui emergerebbe che il deputato, in cambio dell'appoggio elettorale delle cosche, avrebbe promesso l'assunzione di uomini indicati dai clan. «Ho appreso con stupore - ha detto Dina - e solo dalla stampa di questo provvedimento». Oltre a tracciare i recenti rapporti tra cosche e politica, l'inchiesta dipinge una mafia in crisi. A corto dei soldi necessari per mantenere le famiglie dei detenuti, sempre più numerosi dopo i recenti arresti, e priva di un vertice decisionale. I «picciotti» non se la sentono più di fare estorsioni. Temono il carcere. E le famiglie sono costrette a tornare al vecchio business della droga e a ricorrere al «know-how» di storici narcotrafficanti come Tanino e Stefano Fidanzati, boss che, negli anni '80, gestivano il commercio di droga. I capi, divisi tra la fedeltà ai Lo Piccolo e la ricerca di nuove alleanze, sono in fibrillazione. Tanto da progettare l'eliminazione degli avversari. «Tu mi devi fare un favore, devi trovare acido» dice ad un affiliato il capomafia Carmelo Militano in un'intercettazione. Chiaro riferimento, confermato dal gesto che mima il taglio della gola, all'intenzione di uccidere e sciogliere il cadavere dei nemici.