L'AQUILA. Santa Rufina di Roio è poco più di un villaggio, ai piedi del Gran Sasso. Piccole casette, qualche allevatore, e dal sei aprile una delle tante tendopoli. Qui il caldo ancora non si fa sentire come a L'Aquila, ma nonostante questo le tende blu della protezione civile iniziano ad andare strette. Molte casette che si arrampicano sulla collina - in una località conosciuta come "il pantano" - hanno resistito alla forza del sisma. Qualche anziano la mattina presto cerca di riprendere le abitudini di una vita, lascia la tendopoli ed entra in casa, magari solo per prendere un caffè nella propria cucina. C'è anche chi ha messo il letto nella casetta di legno che utilizzava prima come rimessa per gli attrezzi agricoli. E di tendopoli non ne vuole proprio sapere. Sono le 10 del mattino a Santa Rufina di Roio. Le automobili dei tecnici della protezione civile arrivano nella frazione accompagnate dai mezzi della polizia di stato. Bussano alla porta, si fanno aprire il cancello del giardino, di quel piccolo pezzo di terra con la casetta dove un anziano vive da poco più di un mese. Si portano appresso un militare e gli ufficiali della croce rossa, come testimoni. Aprono le mappe, preparano i picchetti, prendono le misure. E' il primo atto dell'esproprio delle terre che ospiteranno i venti villaggi di Bertolaso. La stessa scena si ripete quasi uguale negli altri dicianove siti, che con procedura d'urgenza - saltando cioè a piè pari le normali norme per gli espropri - il governo sta occupando, preparando l'arrivo delle ruspe. Nessuno aveva avvertito gli abitanti di Roio, solo un annuncio pubblicato il giorno prima sul giornale Il centro, con le particelle catastali dei terreni scelti. Chi si ricorda a memoria quei numeri? Di certo non gli anziani di Santa Rufina di Roio. «Sono venuti senza preavvisi, senza chiedere niente a nessuno, senza concertare nulla - raccontano l'assessore al commercio Antonio Lattanzi e il capogruppo di rifondazione Enrico Perilli, arrivati sul posto -. Si è assistito a scene penose, con le persone in lacrime che imploravano di non privarli di ciò che era costato loro i sacrifici di una vita e che, dopo aver perso la casa, restava l'unico bene, l'unica certezza». Quel pezzo di terra che ospiterà i villaggi. Due ettari in tutto qui a Santa Rufina di Roio, per qualche centinaio di abitanti. Per questo primo atto dell'esproprio hanno utilizzato vecchie mappe che indicano terreni liberi dove negli ultimi decenni sono nate piccole case. I consiglieri comunali de L'Aquila avevano a più riprese offerto altre soluzioni alla protezione civile, ma i solerti funzionari di Bertolaso hanno messo nel decreto aree disegnate senza neanche parlare con la popolazione locale. Per l'unico e sicuro mega appalto del dopo terremoto gli uomini della protezione civile non hanno voluto andare per il sottile. E, paradossalmente, si rischia di arrivare molto tardi, ad inverno inoltrato. «Entro 6 mesi verranno costruite delle case per 13 mila persone. Saranno spostate dalle tende perché non vogliamo le baraccopoli». Berlusconi - mentre nel pomeriggio la protezione civile continua la ricognizione per gli espropri - va a visitare i signori del mattone a Roma, durante gli Stati generali dell'Ance, l'associazione nazionale dei costruttori. «Queste case - ha detto il premier - diventeranno poi i nuovi campus universitari in modo tale che gli studenti avranno a disposizione non una stanza ma un vero e proprio appartamento». Ma a Roio il governo ha scartato la proposta di usare i terreni demaniali, situati a pochi metri dell'università. Hanno preferito le valli più in alto, facendo sospettare future speculazioni turistiche, passando dalle prime parole quasi miracolose, dette da un premier che sembrava aver scelto l'Abruzzo come seconda casa, al silenzio e alle carte segrete di questi giorni. Quella dei new village è un'operazione che assume ogni giorno che passa il tratto della catastrofe. I sei mesi di Berlusconi - che a L'Aquila aumentano già oggi a sette - spostano l'uscita dalle tende a fine anno, all'inizio dell'inverno. E tra G8 e militarizzazione del territorio, il metodo del console Bertolaso appare in tutta la sua inadeguatezza. Per l'assessore al commercio Antonio Lattanzi e il capogruppo di rifondazione Enrico Perilli si è compiuto, dopo il terremoto, «il commissariamento di fatto del Comune dell'Aquila e l'occupazione sistematica e arrogante dei posti di potere. Questa città non è morta e non sono morte le sue istituzioni». Tanti poteri dati dal governo a Bertolaso per, alla fine, espropriare il giardino sperduto di un anziano, rifugiato nella sua casetta di legno, rimasta in piedi e probabilmente più sicura delle tante meraviglie dei costruttori italiani.