Abolito il contraddittorio alla presentazione della nuova e discussa normativa del ministero. Dopo uno spot del Belpaese con colonna sonora di Bocelli, Urbani dà la parola al giurista Cassese e allo storico dell'arte Settis. La disciplina, che contiene il principio del silenzio-assenso, grimaldello per la vendita dei nostri beni, entra in vigore domani Ministro Urbani, come mai l'elaborazione del Codice per i Beni culturali e paesaggistici ha seguito un iter così anomalo e il testo, in diciotto mesi, non è mai stato sottoposto all'esame del Consiglio nazionale del suo Ministero? Ministro Urbani, è sicuro che la delega concessale dal Parlamento consentisse l'abrogazione del decreto 283 del 2000, che disciplinava alienabilità e vincoli del nostro patrimonio storico-artistico? Ministro Urbani, per tutto il 2003 lei ha parlato di questo Codice come della sua futura «arma segreta» contro le devastazioni operate dal suo collega Tremonti: dica la verità, Tremonti non gliel'ha depotenziata imponendo che nel Codice venisse scritto il principio del silenzio-assenso, che definisce il nostro patrimonio storico-artistico anzitutto come materia con cui tare cassa? Ministro, come ci si sente a fare il responsabile del dicastero dei Beni culturali in un governo che ha appena declassificato San Gimignano e Todi, Pisa e Arezzo dall'elenco delle città d'arte? Queste sono alcune delle domande che, vista l'occasione, ci eravamo preparate con impegno e rispettosa diligenza, e che avremmo voluto rivolgere, ieri mattina, a Giuliano Urbani. Convinte che l'invito nella sala della settecentesca Biblioteca Casanatense, in occasione del varo del nuovo Codice (entra in vigore domani, primo maggio) fosse per una conferenza-stampa. Sennò, perché invitare i giornalisti? Errore: era l'invito a una lezione ex-cathedra. Finita la quale, non essendoci microfono che girasse in platea, l'assise si è sciolta e arrivederci. Ma questo - delle conferenze-stampa cui manca un quid essenziale, le domande - è un tratto frequente di questa amministrazione: colpa nostra che ogni volta ce lo dimentichiamo. Lezione ex-cathedra, dunque, benché adattata ai tempi: la platea, piena di funzionari del ministero, storici dell'arte, giuristi, esponenti delle associazioni che si battono per la tutela, assiste prima a uno spot del Bel Paese, con colonna sonora di Bocelli che canta a volume da discomusic Partirò. Poi Urbani (che taccerà di «disinformati» tutti quelli che, in questi mesi, hanno criticato la nuova normativa) fa una mossa sapiente: manda avanti due esperti che commentano il suo Codice, Sabino Cassese, giurista, e uno storico dell'arte, Salvatore Settis. Cassese osserva che il Codice interviene in un terreno dove alla «vecchia disciplina che puntava tutto sulla tutela» s'è aggiunta, con la modifica federalista del Titolo V della Costituzione, una distinzione, «tutta nuova», tra tutela, che rimane allo Stato, e valorizzazione, che invece è diventata oggetto di legislazione concorrente. Ora, dice Cassese, il Codice, «con i suoi 184 articoli e i 13 complessi normativi abrogati», ha «raggiunto l'obiettivo» di un'armonizzazione. Così come, giudica, stabilisce in modo chiaro che «la tutela è sempre superiore in scala gerarchica alla valorizzazione» e «fissa le 'regole fondamentali» per i vari soggetti interessati. Settis da parte sua rispolvera l'armamentario dialettico che, in questi mesi, ha usato più volte: è vero che «esiste un'obiettiva spinta a dismettere, in questo governo, che si manifesta con leggi come Patrimonio s.p.a.», ma questa spinta non è nel Codice, del quale ha «potuto seguire tutte le fasi di elaborazione» (giacché, dopo l'uscita di Italia s.p.a., il suo pamphlet polemico, il ministro Urbani l'ha cooptato nel ministero come suo consulente) e che gli pare «solido». Segue attacco al regolamento 283 del 2000 che, benché elaborato a suo tempo dalla ministro Melandri con le associazioni di tutela, a suo parere a tutt'altro serviva, «a disciplinare le dismissioni». Segue Urbani, che fa Urbani. Qualifica la normativa precedente, dalle leggi Rosadi Rava del 1909, passando per le Bottai del '39, e via seguendo, «norme colabrodo» mentre, dice, la sua è una «legge-pentola»; dice che il Codice è «uno strumento di democrazia» che vuole distribuito ai cittadini come la Costituzione, un'arma contro «un'amministrazione elitaria» di cui finora i cittadini sono stati costretti a «fidarsi» (e così offende d'un colpo solo tutto il personale delle «sue» Soprintendenze). Spiega che, sì, lui s'era opposto al silenzio-assenso come previsto in Finanziaria perché «era usato in modo intimidatorio» contro i Soprintendenti. Ma qui è diverso, perché ai Soprintendenti ora le liste di beni da alienare, redatte dal Demanio, arriveranno purgate dal suo Ministero (e allora perché nel primo elenco figura un bene vincolato, palazzo Blumenstihl a Roma?). Ripete che insomma, un vincolo s'appone «in trenta secondi»: basta dire no (e allora le dettagliate schede web diffuse dal ministero a cosa servono?). Insomma, vedete, c'era di che chiedere. In platea, magari, c'era qualche giurista che avrebbe voluto discutere anche con Cassese, se il principio del silenzio-assenso non ha l'effetto opposto a quanto lui sostiene: se non antepone la dismissione alla tutela. Ma una conferenza-stampa non è il luogo adatto a far domande. Legge numero uno, ricordiamocelo, di questi tempi.