A L'Aquila Guido Bertolaso è da qualche giorno chiamato «il console». Traccia linee sulle mappe - a volte un po' datate -, decide senza ascoltare e raramente concede udienza, soprattutto a chi non ama il suo decisionismo. Ieri ha concluso la preparazione della seconda fase del post terremoto, la costruzione dei prefabbricati. I venti villaggi hanno ora un nome e una localizzazione precisa sulle carte, dopo la firma dell'ordinanza che avvia gli espropri e i primi lavori. I funzionari della protezione civile si presenteranno sui terreni scelti domani mattina alle otto in punto per iniziare ad aprire le strade alle ruspe. Gli aquilani avevano provato a suggerire scelte più vicine alle vere esigenze di chi ha sofferto il terremoto, scrivendo lettere e suggerendo soluzioni alternative. Ma lui - il medico prestato alla protezione civile e alle emergenze berlusconiane - ha, come si dice, tirato dritto. Nessuna risposta, quindi, a chi proponeva di realizzare uno dei villaggi nelle terre demaniali vicine all'università di Roio, a pochi chilometri da L'Aquila. «Era una scelta di buonsenso - spiega il capo gruppo di rifondazione in consiglio comunale - che tra l'altro avrebbe fatto risparmiare qualche soldo allo stato, costruendo quello che in teoria un giorno dovrà essere un villaggio per studenti vicino le facoltà». Meglio invece - per la protezione civile - espropriare qualche ettaro a Roio Piano, togliendo, tra l'altro, un po' di terra a chi ha già perduto la casa. E questa era solo una delle tante richieste che Bertolaso ha ricevuto e nascosto nel cassetto. Lettere e petizioni partite dagli aquilani, per suggerire scelte sensate per il loro immediato futuro. Ma il piano C.a.s.e. (con i puntini, per cercare di distinguerlo dall'altro preterremoto) va avanti senza coinvolgere nessuno, preparando il megappalto da 700 milioni di euro per le tante imprese che lavoreranno in subappalto. Di ricostruzione, intanto, si parla sempre meno. I centri storici dopo essere stati transennati sono oggi abbandonati, senza una ruspa a pulire le strade, senza una gru cercando di recuperare gli edifici poco lesionati. L'ordinanza attuativa del decreto del 28 aprile ancora non c'è e nessuno sa quindi cosa realmente potrà accadere nei prossimi mesi. Il problema, però, è che anche i condomini che hanno bisogno di piccoli interventi di consolidamento rischiano di rimanere chiusi e inagibili se non arrivano presto soldi veri per la ricostruzione. Il che significa che in autunno gli sfollati potrebbero essere decine di migliaia, almeno il doppio di quanto è stato ipotizzato dal governo. La storia racconta che la città de L'Aquila è nata dall'unione di tanti borghi, che strinsero un patto per fuggire alle vessazioni dei baroni feudali. L'origine storica - ben presente nella memoria degli aquilani - spiega perché la paura di essere dispersi in venti villaggi è sentita così fortemente nella provincia. L'ospedale, l'università, il centro storico e le comunità rischiano di essere fatte a pezzi. Molte case abbandonate - secondo il decreto Abruzzo - entreranno nella dotazione della Fintecna, spa del ministero del tesoro che si occupa di privatizzazioni e di vendita degli immobili pubblici. C'è poi chi sta pensando di vendere quello che rimane, a prezzi che il mercato immobiliare stabilirà. I centri storici e quei pezzi pregiati delle città antiche rischiano così, dopo il terremoto, di diventare la preda annunciata della speculazione immobiliare, gestita soprattutto da chi ha grandi disponibilità di capitali. Mafie incluse. Le new town nascondono grandi affari, non sempre trasparenti. La scommessa del governo si concentra sempre di più sui villaggi, indirizzando i pochi soldi veri sulla loro costruzione, lasciando poi spazio al mercato dei costruttori, oggi in fibrillazione. Proprio ieri Gerardo Soglia, deputato Pdl e imprenditore di origine campana attivo nel campo del turismo, ha presentato un progetto per villaggi da realizzare a settembre, pensato in collaborazione con l'associazione «Fare ambiente». Di terremoti Soglia se ne intende, ha spiegato, «ho vissuto in prima persona il terremoto dell'Irpinia». Il peggior esempio di ricostruzione, senza dubbio.