Occorre chiedersi: il paesaggio e i beni pubblici - una volta con il codice in tasca - saranno finalmente patrimonio? E poi rispondere con la massima franchezza che con il Codice dei beni culturali che domani entra in vigore tutto rimane difficile. Da una decina di anni almeno vi è nel nostro paese una doppia tendenza: privatizzare le bellezze pubbliche e mettere a reddito quelle private. Prima di Tremonti, la doppia tendenza era appena abbozzata. I ministri del centro sinistra tanto per dire, erano attivi, ma pieni di remore e ripensamenti; dicevano di voler cambiare tutto, ma poi si vergognavano; lasciavano scorrere il tempo e al massimo davano in gestione la biglietteria dei musei. Per Giulio Tremonti invece era tutto un altro affare, era il massimo della finanza creativa. Lo stato poteva ridurre il debito pubblico e perfino il deficit annuale, sol che desse un valore alle sue proprietà; poteva perfino fare cassa, ottenendo prestiti dal sistema bancario. Per smuovere lo stagno dei soldi occorreva dimostrare efficienza e cioè vendere almeno una proprietà; o due o tre. Così si sarebbe fatto un prezzo e quindi un valore (di mercato!) per ogni bene posseduto. D'altro canto gli elettori, di Tremonti e del suo capo, aspettavano da decenni un segnale, per fare lo stesso: i proprietari di qualsiasi ricchezza d'arte, finora sottoposta a blocco, erano ansiosi di mettere a frutto il loro patrimonio, cominciando a trafficare con le ricchezze, prima del tutto inutili: i quadri, i palazzi, il paesaggio: tutto rivalutabile, fossero o meno liberi di vendere. La rivalutazione di tutta la ricchezza artistica nazionale, con il cartellino del prezzo su ogni chiesa, ogni affresco e ogni colonna, avrebbe portato a un raddoppio del valore della nazione, e sarebbe servita anche ad alzare l'attivo dell'impresa-Italia, titolare di metà o forse dei tre quarti delle ricchezze artistiche del globo (è anti-italiano chi non ci crede) facendo accorrere gli investitori internazionali e moltiplicare i prezzi di vendita, come in un solo, ridente, Chiantishire. E nessun timore per una bolla speculativa, come anni addietro per i titoli Internet o le immobiliari del Giappone. Un classico come Giotto, un tratto di Costa Smeralda non può perdere quota, mai. Basta insomma lasciar cadere quelle fisime antiquate della storia comune. Le mura, le piazze, le pietre, le piante, non sono di tutti, ma solo di chi le ha ereditate o comprate e che - codice alla mano, impugnando sapientemente il silenzio-assenso - possono, o potranno ben presto, anche venderli.
NUOVO CODICE: il paesaggio e i beni pubblici saranno finalmente patrimonio?
Il Codice dei beni culturali entra in vigore domani e solleva dubbi sulla gestione dei beni pubblici. La doppia tendenza di privatizzare le bellezze pubbliche e mettere a reddito quelle private è stata sempre presente nel paese. Giulio Tremonti ha cercato di utilizzare il Codice per aumentare il valore delle proprietà dello Stato, vendendole e ottenendo prestiti. Gli elettori aspettavano un segnale per fare lo stesso, e i proprietari di ricchezze d'arte sono ansiosi di mettere a frutto il loro patrimonio. La rivalutazione di tutta la ricchezza artistica nazionale potrebbe portare a un raddoppio del valore della nazione e aumentare l'attivo dell'impresa-Italia.
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