ABROGATI «13 complessi normativi; al loro posto, i 189 articoli del nuovo Codice», spiega Sabino Cassese, "guru" della pubblica amministrazione in Italia: sul piano della tecnica normativa, dice, «il risultato è soddisfacente»; «indispensabile questo nuovo Codice, che entra in vigore il 1 maggio: la legislazione precedente era un colabrodo», afferma Giuliano Urbani, il ministro dei Beni culturali; «l'impalcatura è solida, ma su alcuni punti permane il mio dissenso: certe norme, io le giudico sciagurate», precisa Salvatore Settis, direttore della Scuola Normale di Pisa. Il nuovo Codice dei Beni culturali e del Paesaggio è stato presentato ieri in pompa magna ma tra gli "addetti ai lavori" suscita perplessità. Permette di alienare con maggior facilità, anche secondo il "silenzio-assenso", gli immobili pubblici; ai privati, di gestire interi musei; in campo ambientale, i soprintendenti non potranno più annullare i permessi dei Comuni o delle Regioni, ma si limiteranno a un parere consultivo durante l'approvazione del progetto; chi subirà un vincolo su un proprio bene, potrà ricorrere a una commissione; più semplice esportare temporaneamente un bene culturale. Forse, si può riassumere tutto in uno slogan: «meno Stato e (molto) più mercato». Cassese spiega che tra i pregi maggiori è l'aver posposto la valorizzazione e la fruizione alla tutela. Settis precisa che «il nuovo Codice è un punto di partenza e non d'arrivo; dove si può, occorre migliorarlo. E poi, va applicato: perché questo sia possibile, le strutture ministeriali vanno rinforzate». Settis continua: «Codice sorto in un quadro non favorevole; tanti errori politici e culturali, come la creazione della "Patrimonio SpA", i vari tentativi di depenalizzazione, lo stesso condono edilizio; altri errori sono precedenti, come la riforma del Titolo V della Costituzione. Ora qualcuno vorrebbe cambiarne anche l'articolo 9, che tutela i beni culturali: evitiamolo». Le maggiori perplessità? L'introduzione del principio del "silenzio-assenso" sulle dismissioni immobiliari; «ma 120 giorni, per fare quasi nulla poiché una dichiarazione di dissenso si scrive in 30 secondi, non mi paiono pochi», replica il Ministro. Non «fanno sorridere» il direttore della Normale di Pisa nemmeno la possibilità di far gestire i musei ai privati, e nella tutela ambientale, la riduzione dei poteri dei soprintendenti; «ma ormai il paesaggio non lo tutelava più nessuno», obietta ancora il Ministro. E poi spiega che, prima del Codice, il patrimonio italiano era gestito «da un'élite specialistica di cui non possiamo del tutto fidarci»; Ministro, a chi allude, ai soprintendenti? «Discendono dagli antichi Ispettori alle Belle Arti; i beni storico-artistici sono di tutti: presuppongono il pubblico godimento; le soprintendenze, invece, tendono a limitare gli orari dei musei, a farli vedere il meno possibile». Il Ministro liquida le critiche che vengono mosse al "suo" Codice come «superficiali»; garantisce che «nessun bene di valore culturale sarà mai dismesso»; e aggiunge: «Finalmente avvieremo la catalogazione; finora, non esisteva». Una funzionaria dietro di me dice: «Ma se da vent'anni lavoro all'Istituto del Catalogo»; e più tardi, il Ministro dice: «Manca il catalogo dei beni demaniali»; ma un soprintendente sa benissimo che cosa c'è nell'area di sua competenza, no? «Lo sanno in pochissimi; non esistono degli elenchi completi». La prima ipotesi di alienare il patrimonio pubblico con il metodo del "silenzio-assenso" «m'aveva fatto sobbalzare sulla sedia; ma ora, precisati i termini, stabilito che ogni aspetto è concordato tra il Demanio e una tra le direzioni generali del ministero, non vedo più rischi di sorta nell'operazione; e l'Italia ha un demanio da Paese socialista, degno dell'Unione Sovietica». Altri, tuttavia, non la pensa così. Il Codice è «vano, astratto e inutile» per Vittorio Sgarbi (sottosegretario dismesso dallo stesso Urbani); «pericoloso» per Giovanna Melandri, precedente ministro, per cui «abrogare alcune norme è un impegno del centro-sinistra»: in particolare il "silenzio-assenso" che «pone a rischio decine di beni meno noti e lo stravolgimento della legge Galasso sul paesaggio»; per il "verde" Sauro Turroni, infine, Urbani è «un ministro contro i Beni culturali»: «Racconta frottole» e «la legge Bottai era più rigorosa».