Dietro la drammatica cronaca quotidiana, a di là della crisi che scombina i piani di Bush e divide gli europei, c'è un altro aspetto che rende la situazione irachena difficile, ma di cui si parla poco: il disastro del patrimonio culturale, e in particolare archeologico, di un paese che è stato la culla di civiltà come quella dei sumeri, degli assiri e dei babilonesi. C'erano dei progetti italiani per salvare città antichissime come Lagash, Umma, Isin, Zabalam, Badtibira. Che fine hanno fatto? È raggelante la riposta di uno dei più autorevoli archeologi americani, McGuire Gibson, docente all'Istituto orientale dell'università di Chicago: «Gli oggetti sottratti nel saccheggio del Museo di Bagdad sono stati circa 14 mila, ma questa cifra è superata da quanto, ogni giorno, viene rubato negli scavi clandestini nella sola Babilonia, tra Bagdad e Bassora, da circa un anno». E il direttore del British Museum, Neil McGregor, definisce la situazione come «il più grande disastro per il patrimonio culturale dai tempi della seconda guerra mondiale». Nonostante il grido d'allarme lanciato già all'inizio del conflitto, e anche prima, dagli orientalisti di tutto il mondo, e ripetuto a Berlino al IV Congresso internazionale, che si è appena concluso, da Paolo Matthiae (docente di archeologia orientale all'Università La Sapienza di Roma), continua la distruzione e il saccheggio delle opere d'arte dei musei e dei siti archeologici di un paese che comprende il territorio di una delle più antiche culle della civiltà: la Mesopotamia, "terra tra i due fiumi" - il Tigri e l'Eufrate - dove fiorirono Babilonia, Ninive e Ur. «Uno strazio senza limiti», lo definisce Matthiae, così angosciante che alla fine del Congresso è stata resa pubblica una "Dichiarazione di Berlino", con cui si fa appello a tutte le autorità culturali di ogni paese affinché si impegnino in ogni modo non solo a bloccare l'entrata e l'acquisto di qualunque oggetto di interesse storico e archeologico proveniente dal territorio iracheno, ma anche a restituirlo immediatamente e senza condizioni all'Iraq. Prima della guerra si stava disegnando un progetto di allargamento del Museo di Bagdad. Il direttore generale per l'archeologia al ministero dei Beni culturali, Giuseppe Proietti, dice che nelle condizioni attuali quel progetto è fantascienza: «Manca la corrente elettrica e ora il Museo è inagibile. Molte sale sono completamente al buio anche di giorno. Ci si può entrare solo con l'ausilio di torce. I laboratori fotografici e di restauro sono stati completamente saccheggiati: oltre alle attrezzature sono state diverte porte e finestre. Saccheggiata anche la Direzione generale delle antichità, che ha sede nello stesso complesso. E i finanziamenti per la ricostruzione di questi edifici ancora non ci sono». La sorte peggiore l'ha subita la Biblioteca nazionale, ridotta a poco più che un cumulo di macerie. Sono andati in fumo codici miniati, manoscritti ed esemplari unici di antiche copie del Corano. La Awqaf Library era la più importante biblioteca del mondo islamico, seconda soltanto a quella della moschea e università di al Ahzar al Cairo. Secondo Proietti, i beni trafugati, per la loro rarità, non hanno mercato: «È indubbio che questi reperti dovranno rimanere nascosti a lungo e non potranno riemergere nelle aste o nelle vetrine degli antiquari. La cerchia dei possibili acquirenti precisa - è molto ristretta. Si tratta di collezionisti fanatici e multimiliardari che commissionano direttamente i furti». In questi saccheggi c'è un aspetto particolare che ha suscitato molte polemiche: i soldati americani non hanno fatto nulla per evitarli. Lo affermano Giovanni Pettinato, direttore dell'Istituto di assiriologia della "Sapienza" di Roma e Carlo Lippolis, direttore di scavo in Turkmenistan, a Nisa Vecchia, ed esperto di antichità irachene (lavora per l'Istituto italo-iracheno di Bagdad, l'unica istituzione occidentale di beni culturali rimasta in Iraq dopo la guerra del Golfo). Sarebbe impossibile, a loro dire, il trafugamento dei pezzi senza un qualche tipo di avallo da parte del Pentagono. È dello stesso parere anche l'archeologo McGuire Gibson, che si era incontrato, prima dello scoppio della guerra con i generali del Pentagono per consegnare una dettagliata lista di siti archeologici a rischio e per segnalare il pericolo di saccheggio all'Iraqi Museum. Anche il numero due della Direzione delle antichità irachene, Donny George, ha dichiarato: «Dopo la presa di Bagdad, avevamo chiesto ai soldati Usa di intervenire: sarebbe bastato che spostassero di 50 metri i loro carri. La risposta fu che non avevano ricevuto ordini». Paolo Matthiae ricorda che il consigliere culturale di Bush, Martin Sullivan, si è dimesso perché accusato dagli studiosi americani di non avere protetto i siti archeologici. Ma il problema di oggi resta quello gravissimo dei saccheggi che da mesi avvengono perché manca un effettivo controllo del territorio. Il professor Matthiae cita il caso di Nimrud che continua ad essere saccheggiata di molti dei bassorilievi del palazzo di Assurnasirpal II. «Anche in molti altri siti archeologici - dice il professor Matthiae infuriano scavi clandestini selvaggi: una delle capitali del regno di Babilonia, Isin, oggetto negli ultimi anni di un'accuratissima esplorazione tedesca, è ormai una sterminata distesa di orribili sforacchiamenti sul terreno compiuti dall'alba al tramonto». La situazione del patrimonio archeologico della Mesopotamia peggiora di giorno in giorno. Il compito che avrà di fronte l'Onu, quando e se potrà assumere il controllo del dopoguerra in Iraq, sarà molto difficile anche in questo campo così sottovalutato, ma così importante per la storia della civiltà.