È un'amara sofferenza dover leggere sui giornali continue allusioni a un territorio della nostra Toscana in via di devastazione, addirittura in via di cementificazione, e dove il personale tecnico e politico delle amministrazioni locali lavora più per favorire questo processo che per contrastarlo o bloccarlo. Amerei che gli osservatori "scendessero da cavallo" e camminassero sul territorio, piuttosto che guardarlo dalla finestra, mentre gli "altri" lo lavorano, lo modellano e lo conservano quotidianamente. Perché questo è il nodo che deve essere sottolineato. Territorio e paesaggio sono la stessa cosa. Non esiste un paesaggio separato dal territorio: l'uno da preservare e tutelare, l'altro da trasformare e modellare. Il territorio e i suoi caratteri paesaggistici sono un prodotto della storia e delle relazioni che gli uomini vi hanno stabilito. Chi lo produce, lo modella e lo conserva quotidianamente sono le comunità locali: agricoltori, contadini, proprietari che lo vivono e lo curano. Non c'è nessun ente funzionale centrale o periferico e nessun "sovrintendente" che riesca a preservarlo così come fanno comunità locali e i singoli cittadini. Se i paesaggi della Toscana sono riconoscibili e conservano ancora le identità delle comunità locali insediate, lo si deve proprio a questo. Il suo mantenimento è in larga parte dovuto a una prevalenza di diffusa cultura rurale, anche in larghi strati di giovani generazioni, che determina un significativo trasferimento di redditi provenienti da altri settori economici. Solo questo spiega la ridotta dimensione economica del settore agricolo regionale (1,9 per cento del valore aggiunto regionale al 2006, che sale al 3,8 se aggiungiamo anche il ramo della pesca - 0,1 - e quello degli alimentari e bevande: 1,8 per cento, fonte Banca d'Italia) rispetto all'immagine rurale dominante che si ha della Toscana nel suo complesso. Le superfici destinate all'agricoltura rappresentano (dati Istat), infatti, quasi la metà del territorio regionale extra-urbano (45,2 per cento); il resto sono boschi e aree seminaturali (50,1) e solo in minima parte aree urbanizzate (4,1) e infrastrutture esterne all'urbano (0,6). Questi sono i dati veri. Se il territorio in Toscana produce valore aggiunto è proprio per questa decennale attenzione delle popolazioni locali e dei loro governi. Non a caso la Convenzione europea sul paesaggio è stata firmata proprio a Firenze nel 2000. Nella Convenzione si sostiene che il paesaggio è una risorsa, che si estende a tutto il territorio, dagli spazi naturali a quelli rurali fino a quelli semi-urbani e urbani, in uno spirito di integrazione con le politiche e i piani territoriali e urbanistici. Tratti, forme ed espressioni sono diventati così elementi "tipici" regionali, che di certo hanno dato riconoscibilità a un territorio, ma proprio per questo si sono tramutati in elementi di valore differenziale che, in un'economia di mercato e in un contesto sempre più globalizzato, è trasmigrato in un considerevole aumento della rendita di posizione. Questa si governa solo con gli strumenti della pianificazione del territorio, ben sapendo che i continui tagli ai Comuni operati dai Governi, e specialmente da quest'ultimo, rendono le politiche locali fragili e le casse comunali vuote, tanto che alcuni di essi hanno usato gli oneri di concessione come leva fiscale per generare cassa. Questo è il problema. Come si può (in parte) bloccare questo fenomeno? Reindirizzando l'attenzione del comparto edilizio verso il recupero e la ristrutturazione del patrimonio edilizio esistente. In questo spirito deve leggersi la recente legge regionale sulle misure straordinarie sulla riqualificazione del patrimonio edilizio esistente. Non consumare ulteriore suolo, ma rimodellare quelli esistenti nelle aree deboli del tessuto urbano: fuori dai centri storici e dalle aree con valore storico, culturale e architettonico; non sugli immobili storici; fuori dalle aree protette e a pianificazione attuativa; e solo tipologie edilizie mono o bifamiliare e comunque con superficie utile lorda inferiore a 350 mq. e tutto senza cambio di destinazione d'uso. È poco? È troppo? È quanto basta per invertire una spirale verso il nuovo e un tentativo per indicare una strada ad altre regioni, dove la questione assume altro significato e ruolo. Professore di urbanistica Facoltà Architettura Firenze