Il piano casa era (ed è) una bella iniziativa. Esso è composto da un'idea strappalacrime di tipico impianto populistico-berlusconiano («Diamo la possibilità a chi ha una villetta, e la famiglia è, nel frattempo, cresciuta, di aggiungere una stanza») e da un'idea di seria modernizzazione del patrimonio edilizio nazionale, basata sul diritto di riedificare in modo ecologico e moderno gli edifici abbattuti, con un premio di volumetria del 35. Un provvedimento del genere ha il merito di mobilitare il risparmio privato, in tempi brevissimi. La sua finalità principale è quella di iniettare potere d'acquisto in un sistema economico in crisi, senza utilizzare la leva della spesa pubblica che, in Italia, si è da tempo arrugginita a causa dell'alto debito pubblico. Certo, è sicuramente comprensibile che all'opposizione dia fastidio il fatto che l'idea del piano casa (un'idea da sinistra moderna) non sia venuta alla sinistra. Tuttavia, il fatto che questo piano crei un sacco di posti di lavoro, avrebbe dovuto indurre l'opposizione, sia pure con tutte le proposte migliorative del caso, ad aderire all'iniziativa del piano casa, magari, per riprendere l'iniziativa in mano, incalzando il governo a fare ancora più presto, visto che questo piano è come una fleboclisi in un sistema economico in crisi ipoglicemica. Va fatta subito. Invece il leader del Pd, Dario Franceschini, inizialmente seguito dalle regioni a guida Pd, ha scelto la via dello scontro frontale, della demonizzazione dello strumento. Secondo Franceschini infatti «il piano casa è solo un decreto per la cementificazione del paese che, se approvato, rovinerà i centri storici (possibilità, questa, negata sin dalla prima stesura del provvedimento, ndr) e deturpererà il paesaggio e le coste che rendono l'Italia unica nel mondo». È però bastato che le regioni di centro-destra decidessero di andare avanti per conto loro nell'applicazione del piano casa, per far sciogliere le barricate dell'opposizione. I governatori di centro-sinistra infatti si sono subito resi conto che la loro posizione sarebbe stata indifendibile: che cosa avrebbero detto i cittadini, le imprese e i sindacati di regioni come Piemonte, Liguria o Emilia nel constatare che la modernizzazione edilizia sarebbe stata possibile in Lombardia, Veneto e Friuli-Venezia Giulia e non da loro? Da qui la decisione di alzare la voce al tavolo delle trattative, ma puntando all'accordo. Che è avvenuto dopo un ultimo abbandono da parte di Errani della regione Emilia Romagna, che annunciò: «La rottura col governo è completa». Salvo firmare un'ora dopo, sia pure a notte fonda. Ma questa è politica o sceneggiata napoletana?