Vivendo, lavorando, camminando quotidianamente a Firenze nella Firenze d'oggi mi convinco ogni ora di più che l'attributo, il riconoscimento, la patente, la prerogatix a, la condizione di città d'arte', anziché costituire un pn vilegio, rappresenta una sventura, una maledizione. Infatti la denominazione di città d'arte', e il tentativo di mantenersi all'altezza dell'attributo assegnatole, comportano e prospettano, nel caso di Firenze, pi svantaggi che benefici. Non ho difficoltà ad enumerare alcuni dei molti sxantaggi: basta rammentare le invasioni dei turisti; l'adeguamento in basso delle attività culturali e commerciali commisurate alle incursioni dei tanti diseducati barbari armati di x uoti a perdere'; e ancora, il consumo massificato e spesso vandalico del patrimonio artistico e architettonico della città; l'overdose di copie e di repliche che sistematicamente vanno a sostituire le opere d'arte originali; l'abitudine all'impotenza progettuale che proviene dal vivere di rendita parassitaria sulle glorie trascorse; il penerso compiacimento dell'ostentazione (nella illusione di offrire servizi) di desolanti elementi d'arredo urbano (panchine-fioriere, raccoglitore di rifiuti); la pericolosa tendenza alla imbalsamazione, alla museificazione della città e conseguentemente la disaffezione per l'arte e l'architettura contemporanee; e potrei continuare. Tutto ci costituisce il complessix o pedaggio che Firenze, in quanto città d'arte sottoposta alla x essazione del turismo, è quotidianamente impegnata a pagare. Qualcuno ha detto che Firenze ha un Qualcun altro ha definito Firenze una «città evirata» e aveva ragione: infatti i genitali del Dax id di Michelangelo vengono sbandierati e x enduti come souvenirs in bancarelle che stazionano davanti al Perseo del Cellini e accerchiano il Battistero, in attesa del tragico e sconcio insulto del passaggio della tramvia, Domandiamoci allora se si pu invocare l'alibi della fragilità per assolvere una città che, in difetto di energia creativa, ha interrotto il percorso della propria vitalità? Si pu , a condizione che fragilità significhi incapacità dccisionale, e che fragilità sia sinonimo di mancanza di vigore, e di carenza di struttura dirigenziale. Domandiamoci anche e soprattutto quali impressioni potrà fornire fra cinquant'anni un'antologia che raccolga le documentate immagini della Firenze d'oggi. Non occorre aver le doti divinatorie del profeta per prevedere che la suddetta antologia potrà soltanto riferire delle attuali miserie di una città decaduta che nel prolasso della propria dignità ha perduto qualsiasi decoro. L'antologia in questione dovrà raccontare che Firenze - un tempo simbolo di eccellenza è ridotta al ruolo di capitale delle lumacose scie di pecorecci cortei di turisti, e che la città, o meglio il cosiddetto centro storico', ha assunto la fisionomia di una bancherella continua' a motivo del proliferare della irresponsabile politica della concessione di permessi per l'occupazione del suolo pubblico di strade e piazze. La stessa antologia dovrà pure raccontare che le agorà fiorentine anziché ospitare, come una volta, i peripatetici' delle idee e della cultura, sono purtroppo frequentate da ambulanti che apparecchiano in terra i loro miserevoli tappetii di infime chincaglierie pi idonee ad un suk. Per non parlare poi degli squallidi teatrii allestiti da magliari della cultura e della politica, colpevoli dello stato attuale della città, i quali hanno velleità di protagonismo, ma sono soltanto dotati dell'im- preparazione di oscure comparse. La triste antologia dovrà inoltre narrare come l'attuale Firenze sia una città che si illude di riassettare e reindossare antiche e gloriose uniformi, e che tenta, in ogni circostanza, di fregiarsi di effimeri primati: l'effetto risultante è quello di cencinse parodie in costume storico, e di sfilata delle patacche. Devo prendere atto, con dispiacere, che Firenze è una città d'arte che non sa chi è stata, chi è, né dove sta andando. Questa breve analisi potrà sembrare impietosa. Mi incoraggia per a persistere nell'impietosità l'autorevole parere espresso nel secolo scorso dal fiorentino e futurista Giovanni Papini. Non a caso il futurista (concedetemi la citazione nell'attuale clima di celebrazione centenaria), già nel 1913 scriveva che Firenze era ridotta a vivere «collo sfruttamento indecente e pitocco del genio dei padri, e della curiosità dei forestieri», e che «se Firenze è stata culla è ora una delle tombe pi x erminose dell'arte». Il futurista avexa visto giusto e intuixa la realtà odiema con grande lungimiranza.