E'UNA STORIA amarissima e affascinante al tempo stesso quella che ci racconta il nuovo libro di Fabio Isman I predatori dell'arte perduta, appena pubblicato da Skira (222 pagine, 19 euro). Amarissima perché racconta la grande razzia del patrimonio archeologico italiano perpetrata a partire dal 1970. Si tratta del maggiore saccheggio compiuto in un Paese occidentale dai tempi di Napoleone. Incalcolabile il danno. In quasi quarant'anni i carabinieri del Comando per la tutela del patrimonio culturale hanno recuperato 800.000 reperti, ma si tratta della minima parte di quanto è stato trafugato e venduto all'estero. E al danno patrimoniale ne va aggiunto un altro, forse ancora pi grave: i responsabili della Grande razzia hanno intatti assassinato la storia : hanno cancellato pagine che grazie alle opere scomparse avrebbero potuto essere scritte e che, invece, resteranno bianche per sempre. Il libro (che verrà presentato giovedì a Roma all'Auditorium del Palazzo delle Esposizioni in via Milano 19a, alle ore 17) ripercorre le vicende di numerose opere, alcune delle quali di immenso valore come la Triade capitolina, scultura del 180 a.C., l'unica che raffiguri insieme Giove, Minerva e Giunone, scavata dal re dei tombaroli Pietro Casasanta nel 1992 nei prssi di Guidonia M onteceho. Come il Volto d'avorio, il pi grande reperto crisoelefantino (oro e avorio) arrivato dall'antichità, anch'esso portato alla luce, nel 1994, da Casasanta e dalla sua banda. O come il celeberrimo Cratere di Evfronio, rinvenuto a Cerveteri nel 1971, venduto l'anno successivo al Metropolitan Museum di New York e restituito all'Italia nel 2008. E grazie alle luinghe e complesse indagini dei carabinieri e del pool di matgistrati appositamente creato per questo genere di reati e di traffici, anche le due altre opene citate sono rientrate in patria. Ma sono ben poche le storie a lieto fine, nel libro di Isman. Anche se conforta sapere che, grazie al lavoro degli inquirenti e alla sensibilità che si è creata a livello internazionale, il saccheggio sistematic e massiccio è fenomeno ormai alle nostre spalle. Lascia sbalorditi la vicenda delle tre pareti di affreschi pompeiani tirati gi dai predatori a colpi di piccone. Di essi restano solo frammenti, dispersi in tutto il mondo, e le foto scattate dagli stessi tombaroli che testimoniano la loro originale bellezza. La Grande razzia vede come primi responsabili i tombaroli , poi i trafficanti, gli esperti, i restauratori e via dicendo; ma coinvolge anche insospettabili musei, insospettabili case d'aste e insospettabili collezionisti. Un intreccio che l'autore narra sviluppando una serie di «piccoli gialli», come rileva nella prefazione Giuseppe De Rita, ed è questo l'aspetto affascinante del libro. Le trame sono tipiche di un romanzo o di un film eipersonaggi, i cattivi soprattutto, hanno un indubbio spessore letterario. Come Pietro Casa- santa, conoscitore della storia antica e della campagna romana che da bambino percorreva a piedi con il nonno, un contadino analfabeta capace di recitare l'Eneide a memoria. Come Rupert Aichmeir detto Mozart, ex soldato austriaco innamorato dell'archeologia e dell'Italia, nella quale è tornato nel dopoguerra ufficialmente in qualità di guida: portava i turisti austriaci in puliman nelle aree argheologiche attorno a Ro ma. E al ritorno imbarcava sull'autobus pezzi scavati di frodo dai tombaroli . O come Giacemo Medici, grande trafficante internazionale (l'unico ad avei subito una condanna), proprietario a Santa Marinella di una villa con piscina, campi da tennis e Maserati in garage. Ne I predatori dell'arte perduta c'è infine un altro protagonista, invisibile, e non potrebbe essere altrimenti trattandosi dell'autore. La sua passione, la sua competenza e il suo rigore professionale affiorano tuttavia in ogni pagina rendendo il libro di eccezionale interesse.