TrA il Colosseo e una vecchia casera costruita nei primi decenni del '900 c'è una bella differenza, diciamo, storico-artistica . Entrambi però fanno parte del demanio. La vendita del primo, come, di qualsiasi altro monumento, è impensabile. La vendita del secondo tipo di edifici, che non presenta alcun pregio né storico né artìstico, è invece possibile e, per certi versi, auspicabile. Su quest'ultima ipotesi l'opposizione sta facendo una gazzarra-del tutto strumentale. Il ministro Urbani ora va al contrattacco. «Dobbiamo fare le dismissioni», dice in una intervista al «Corriere della Sera». «Abbiamo un demanio da socialismo reale, non abbiamo i soldi per conservare le opere d'arte e possediamo caserme in sfacelo, palazzi storici cadenti, terreni incolti, aree demaniali di nessun interesse. Tutto questo va venduto». Insomma chi parla di «svendita» è in malafede. «Il pubblico - dice -si è esteso troppo. Qui non stiamo parlando di vendere il Colosseo, il codice è chiaro e finalmente per la prima volta stabilisce che cosa si può vendere e che cosa no». D'altra parte, spiega, «gli elenchi sono valutati dal Tesoro e dai Beni culturali insieme che fanno una prima scrematura. Certo, si può sempre sbagliare. Ma ecco che intervengono i sovrintendenti, basta un telegramma, dire no, e solo dopo inviare la documentazione». «Si sentiva un grande bisogno di questo codice» per i Beni culturali, sottolinea Urbani, secondo cui era necessario «mettere ordine» nella confusione dei testi normativi «Con le leggi e le leggine precedenti- evidenzia - si erano dimenticati del paesaggio, che qui viene definito e riconosciuto come patrimonio da salvaguardare». Le nuove norme sul paesaggio, aggiunge, «costituiscono un corpus dotato di coerenza. E sanciscono la priorità della pianificazione paesaggistica rispetto a quella urbanistica. Le Regioni devono fare h pianificazione paesaggistica, ma se non la fanno, resta in vigore la legge Galasso». Quanto alla gestione dei privati, il ministro spiega che «il codice prevede una gerarchia. La tutela è prioritaria ed è sempre dello Stato. La valorizzazione è dello Stato ma anche delle Regioni o dei privati. La gestione dev'essere compatibile con la valorizzazione che a sua volta deve essere in accordo con la tutela e può essere affidata ai privati». Certo, osserva, «Il privato che vede un ricavo diretto non verrà mai perché qui non c'è», ma «io vedo bene le fondazioni, come quella che stiamo realizzando per il museo egizio a Torino. Quanto al personale resta del ministero. Poi in futuro, certo, si potranno prevedere assunzioni in regime privatistico». Insomma, si tratta di inserire criteri di efficienza nella tutela e conservazione della memoria artistica. La questione è chiara. Non altrettanto chiaro è invece l'atteggiamento di una opposizione faziosa che finge di non capire.