Percorsi di fede e di arte. Nel segno fortemente simbolico della croce di Cristo: come la piccola statua in legno di tiglio policromo, finemente lavorata e alta 42 centimetri, che raffigura il Nazareno morente, il capo dolcemente reclinato come se dormisse. Questa statuina, attribuita a Michelangelo Buonarroti (1475-1564) e di recente acquistata dal ministero per i Beni e le attività culturali, sta girando l'Italia: da Firenze a Roma, Trapani, Palermo, Milano. E ovunque ha attirato folle di visitatori, sprigionato emozioni, suscitato discussioni. Lunedì approderà in città, nel Museo Diocesano di Donnaregina Nuova in Largo Donnaregina, per una esposizione dal titolo «Michelangelo a Napoli. Il Cristo ritrovato», che verrà accolta accanto agli oltre 300 capolavori della collezione permanente del Museo, il cui non convenzionale percorso espositivo tematico annovera non a caso, tra i suoi pezzi forti, anche la Stauroteca detta di San Leonzio, prezioso manufatto aureo delXII secolo contenente proprio la reliquia dei frammenti della croce di Cristo. La mostra, aperta fino al 12 luglio, sarà inaugurata (ore 11) dall'Arcivescovo Metropolita, cardinale Crescenzio Sepe, alla presenza del ministro per i Beni culturali Sandro Bondi. Alla cerimonia, occasione per presentare anche l'atteso Catalogo del Museo Diocesano, curato da Pierluigi Leone de Castris per le edizioni Elio De Rosa (con testi e schede, tra gli altri, di Leonardo Di Mauro, Laura Giusti, Ugo Dovere, Antonio Delfino, Paola Giusti, Renato Ruotolo e dello stesso de Castris), interverranno inoltre il soprintendente al Polo museale di Firenze, Cristina Acidini, il direttore del Museo Diocesano, don Adolfo Russo e il direttore dei Musei Vaticani, Antonio Paolucci. E si deve proprio a quest'ultimo, allora Soprintendente a Firenze, la prima esposizione al pubblico - nel 2004, in una mostra al Museo Horne - della scultura, databile secondo gli studiosi intorno al 1495 e di proprietà dell'antiquario torinese Giancarlo Gallino, che a sua volta l'aveva acquistata da una famiglia fiorentina. Da subito, la delicata bellezza del piccolo Cristo nel momento del suo trapasso in croce ha stimolato gli studiosi per identificarne l'attribuzione, in un contesto (la Firenze di fine Quattrocento) dove il giovane Michelangelo poco pi che ventenne, perso il suo mecenate Lorenzo il Magnifico, si ritirò per un periodo nel convento di Santo Spirito approfondendo, presso l'ospedale, la conoscenza delle scienze anatomiche alla base della perfezione plastica delle sue opere. E proprio per la struttura anatomica, l'espressività intensamente patetica e ha squisita fattura, il piccolo crocifisso rinascimentale è stato ritenuto compatibile con la sapiente e precoce mano michelangiolesca da diversi specialisti: Umberto Baldini, Luciamo Bellosi, Massimo Ferretti, Cristina Acidini e lo stesso Paolucci. Al punto da spingere lo Stato ad acquistare l'opera, venduta a 3 milioni e 250mila euro e considerata dal ministro Bondi un «simbolo di valore universale», quasi un «ambasciatore della cultura italiana nel mondo». Ma c'è anche chi ha avanzato dei dubbi sulla firma del Buonarroti: tra gli stranieri, esperti come Margrit Lisner, Frank Zoellner, James Beck; tra gli italiani, Mina Gregori, Tomaso Montanari, Paola Barocchi e Francesco Caglioti, docente di Storia dell'arte moderna all'università di Napoli Federico Il e specialista di statue rinascimentali che ha da poco identificato, nella chiesa dei Serviti di Padova, un crocifisso ligneo di Donatello (il saggio su questa nuova scoperta, realizzata con Mario Ruffini, è in uscita nel prossimo numero della rivista trimestrale «Prospettiva») «L'eclettico Michelangelo ha lavorato pochissimo sul legno - afferma Caglioti - perché nella scultura era attratto da un materiale nobile come marmo, che gli consentiva di dare vita alla sua idea di bellezza pervia di togliere da un unico blocco di pietra. L'unico crocifisso ligneo del Buonarroti di cui si abbia documentazione - continua Caglioti - è quello, alto un metro e 40 cm, conservato in Santo Spirito a Firenze, di stile diverso». E il piccolo Cristo ritrovato? «Pur di ottima fattura - dice Caglioti -, potrebbe essere opera di uno dei bravi maestri legnaiuoli operanti nella Firenze rinascimentale, popolata di famiglie come i da Maiano, del Tasso, da Sangallo, avvezze a una produzione seriale di crocifissi per uso domestico; oppure, potrebbe essere il frutto di altri eccellenti scultori documentati anche dai due biografi del Buonarroti (Ascanio Condivi e Giorgio Vasari): Andrea e Jacopo Sansovino, Benedetto da Rovezzano, Giovanfrancesco Rustici, Baccio da Montelupo. L'humus era quello, ma Michelangelo svettava molto più in alto dei suoi contemporanei: non dimentichiamo che a 23 anni aveva già scolpito la sublime Pietà ».