Giancarlo Mattioli aveva 16 anni e appena abbandonato la scuola: un incontro che cambiò la sua vita Allombra del portico di via Saragozza, il pittore dipinge una delle madonnine che scandiscono il percorso delle arcate e un ragazzo di 16 anni resta per più di unora ad ammirare il tocco veloce del pennello sulla tela. È lestate del 1949 e Filippo de Pisis è a Bologna per un ciclo di cure alla clinica neurologica. Della sua breve amicizia con quel ragazzo oggi resta un ritratto appeso nel salotto di Giancarlo Mattioli e il ricordo indelebile di un incontro che ha cambiato il corso di una vita. Giorni destate passati a cercare gli scorci più belli, tra via S. Caterina, Ca Selvatica e Malpertuso, a chiacchierare darte sui tavolini di marmo della gelateria di via Saragozza. «Alla fine dellestate de Pisis mi chiese di seguirlo a Venezia - racconta larchitetto Mattioli, una vita da dirigente comunale al Settore Urbanistica - ma i miei genitori lo impedirono. Io però grazie a quellincontro decisi di tornare a scuola, al liceo artistico che avevo abbandonato dopo la bocciatura in matematica. E coltivare un talento che poi mi ha portato ad essere quello che sono». Il lavoro da fattorino per un negozio di idraulica per Giancarlo Mattioli durò qualche mese, ma proprio in uno di quei pomeriggi destate, spingendo una carriola sotto il portico, vestito da operaio con i calzoni corti blu e la bustina in testa, si fermò a guardare de Pisis che dipingeva. «Mi fermai ipnotizzato - racconta - non mi accorsi del tempo che passava e vedendomi così attento, de Pisis si mise a chiacchierare. Io ero solo un ragazzo, appassionato darte e di disegno ma completamente ignorante. Lui cominciò a parlarmi di pittura e di tutti gli artisti che si affacciavano sulla scena nazionale. Il giorno dopo mi invitò ad andarlo a trovare nella clinica neurologica dove era ricoverato, accudito da una nipote. Mio padre mi diede il permesso e io ci andai». Dal giorno dopo, il ragazzo diventa il soggetto di ritratti di figure maschili e la guida per quel pittore su cui tutti mettevano in guardia a mezza voce, perché si diceva fosse omosessuale, ma che non si rivelerà mai, negli atteggiamenti e nello sguardo. «Un giorno ci fermammo tra via Santa Caterina e via Ca Selvatica, e guardando verso i colli de Pisis dipinse un quadro bellissimo - racconta Mattioli - io ne rimasi entusiasta e una volta tornato a casa il pittore mi fece il ritratto e me lo regalò». Lamicizia fini lì, il pittore concluse il suo ciclo di cure e ripartì per Venezia lasciando «il ricordo di unestate quasi di magia» e un ritratto che Mattioli tiene in casa: dipinto da «quelluomo distinto, bel parlatore, che aveva i modi e il carisma della persona per bene».