Lavventura del barone Malvica che creò la Fabbrica reale alla Rocca IL MOTORE della breve fioritura industriale nella Palermo di fine Settecento fu la moda: chi poteva permetterselo voleva pavimenti alluso di Napoli, vasellame in maiolica alluso di Marsiglia, terraglia alluso inglese. Le ville della nobiltà generavano commesse, i pavimenti serano trasformati in splendidi tappeti di maiolica che richiedevano nuove competenze. Alla fine del Settecento Giuseppe Malvica creò un villaggio industriale alle porte della città Il boom delle commesse esigeva pavimenti in maiolica per le ville aristocratiche Limpresa del borgo-officina attirò oltre mille abitanti Pittori di mattonelle preparavano scene dove i cani inseguivano i cervi, le ninfe fuggivano o sorridevano e ghirlande di fiori sintrecciavano agli angoli. I mattoni, preparati nelle officine del lungomare e smaltati nelle botteghe dello Stazzone vicino porta SantAgata, dovevano «essere di creta dellacqua delli Corsali» che era la più fine. Il vasellame da tavola aveva un ottimo mercato, tanto che già nel 1739 il marchese don Giovanni Brancaccio fondava fabbriche di vasi di creta e subito pensava a una nuova città, voleva chiamarla "Brancaccia". Largilla buona arrivava anche dalle cave di Santo Stefano di Camastra o da Partinico. Nel 1765 troviamo che le officine palermitane adottano la tecnica decorativa del "terzo fuoco" per ottenere le più delicate sfumature di verde e di rosa: e Terzo fuoco a Palermo sintitola una delle poche pubblicazioni su un argomento poco esplorato, che ci permette di seguire i laboratori artigianali mentre tentano di diventare industria. A Palermo ben presto troviamo unorgogliosa rivendicazione della propria bravura, nel 1766 le Novelle miscellanee di Sicilia scrivono di fornaci da cui vengono fuori statuine così leggiadre da reggere la competizione «di tutte le migliori fabbriche dEuropa». Ma per impiantare le fabbriche servono soldi e qualificate maestranze, mancavano entrambi. E chi aveva i soldi spesso difettava della mentalità industriale. Così poteva capitare che lofficina del duca di Sperlinga fosse in grado desibire raffinate tabacchiere in oro e smalti blu, che però servivano solo a soddisfare la vanità del suo proprietario. Giuseppe Malvica è un caso a parte. Per sole 25 once compra il titolo di barone da Gabriello Castelli, ma era figlio di mastro Vincenzo e veniva da Ficarra. Una volta a Palermo il giovane Malvica cerca casa vicino alla dogana e al porto. Nel 1765 è intento ad accumulare merci nei magazzini: un tipo sveglio, accusato dagli operai linaioli di manovrare i prezzi con laccaparramento. In pratica uno speculatore, andava dove cerano soldi. E con le maioliche i soldi arrivavano abbondanti. Nella testimonianza di Villabianca il Malvica mescola attività commerciali e produttive: importa panni e cuoi inglesi, esporta sommacco, olive, grano, amido, pasta di liquirizia, saponi. Ed è deciso a produrre di tutto. Nel 1799 il neo barone ottiene da re Ferdinando la licenza per lapertura di un opificio di terraglie alla Rocca: il suo è un "villaggio industriale" in posizione strategica, gode di un regime fiscale di privilegio assoluto: è infatti a cavallo tra il territorio di Palermo e quello di Monreale, le merci non pagano dazi di entrata o uscita dalla capitale, e lacqua è abbondante. Con le sue iniziative imprenditoriali il barone Malvica attira nel villaggio più di mille abitanti, nel 1800 ci sono tre importanti novità: viene aperto un negozio di carni con macello, è creato un posto di guardia, lo stesso Malvica chiede lelezione a parrocchia della chiesa dei padri agostiniani. Sono anni molto vivaci, a Palermo cè la corte fuggita di fronte allavanzare dei francesi di Napoleone e la Sicilia è una roccaforte degli inglesi: soldi abbondanti e mercato vivace, molto contrabbando. Malvica chiede un mutuo per ingrandirsi, vuole fabbricare panni e ceramiche: ottiene il prestito, e anche un decennale privilegio per la manifattura che potrà fregiarsi del titolo di "fabbrica reale". Per qualche anno lesperimento della Rocca va a gonfie vele, suscita molta ammirazione. Il barone Malvica ha creato nel suo villaggio una «manifattura centralizzata»: quasi unutopia, un meccanismo dove le varie produzioni si integrano e le merci sono modernamente indirizzate alle diverse fasce di acquirentio. Una vera novità era la scuola per lapprendimento delle arti, nel tentativo di formare una manodopera specializzata che rendesse superfluo il ricorso ai costosi «artisti forestieri». Tutto sembrava andare nel migliore dei modi, ma lequilibrio su cui poggiava limpresa della Rocca era molto precario. Dipendeva dalla politica internazionale, e il generale entusiasmo impediva di valutarne i rischi: non cera supplica o privilegio in grado di fermare gli eventi negativi che già sappressavano. Lo si vide quando nel 1815 Ferdinando lasciò la Sicilia e anche gli inglesi andarono via, la sconfitta di Napoleone faceva ripiombare lisola fra le aree periferiche delleconomia mondiale. Buona per esportare materie prime e importare manufatti. Fu allora che si videro tutti i difetti degli opifici Malvica: niente macchine a vapore nelle fabbriche tessili, poche macchine idrauliche. Solo buoi, muli e braccia per muovere le macine. Così, quando lallargamento dei mercati portò linvasione dei prodotti esteri, fu la fine. Le fabbriche vennero chiuse, gli artisti forestieri andarono via. Nel 1825, dimenticata ogni velleità di moderna città industriale la Rocca si avviava a diventare un «poverissimo villaggio».