L'INTUIZIONE E LE SFIDE DEL NUOVO CODICE DEI BENI CULTURALI Il nuovo codice dei beni culturali giunge al traguardo: oggi sarà presentato e il primo maggio entrerà in vigore. Un cammino non facile per la nuova normativa: ampio il dibattito e aspre le polemiche. Eppure il ministro Giullano Urbani ha ragione quando scrive che «il codice compie una vera e propria rivoluzione copernicana. La nuova disciplina stabilisce che i beni paesaggistici sono parte del patrimonio culturale». È un passo avanti verso una tutela finalmente in grado di accogliere una sensibilità sempre più diffusa. Non è solo il singolo bene che va difeso ma anche il suo contesto: il territorio in quanto "ambiente" e, soprattutto, in quanto frutto di un'interazione millenaria tra uomo e natura, che nel nostro Paese ha "prodotto" un contesto sacralizzato e di inestimabile bellezza. In Italia sono 8Omila le chiese di rilevanza storica, 226 le cattedrali, 400 le abbazie. In questi luoghi si può leggere la storia di mille generazioni, il genio di artisti e teologi, il desiderio di comunità, anche piccole, di testimoniare fede e cultura partecipando a un'opera che ha richiesto decenni, talora secoli, per essere portata a termine. Tutto questo va tutelato, valorizzato, comunicato. Il Codice inoltre si prefigge una grande in 184 articoli una normativa complessa, disseminata finora in numerosi provvedimenti. Ma le ombre non mancano: per esempio la clausola del silenzio-assenso sulla dismissione di alcuni beni pubblici e la riconfigurazione del rapporto tra Soprintendenze ed enti locali. Infine il Codice offre una grande opportunità: è quella degli articoli 6 ("la Repubblica favorisce e sostiene la partecipazione dei soggetti privati") e 111 (la valorizzazione è "ad iniziativa pubblica e privata"). Il vero nodo infatti non è la proprietà ma la "gestione" e l'uso del bene. Ciò che conta realmente è che vi siano volontà, risorse, progetti, itinerari affinché il bene culturale sia "del pubblico". Cioè che sia tutelato, protetto e reso accessibile a tutti. Un sito (e ce ne sono tanti) che, pur appartenendo allo Stato, è abbandonato, cadente, inaccessibile è di fatto un bene "privato" anche se di proprietà pubblica. Cioè "privato" ai cittadini, sottratto alla fruizione di tutti noi. È necessario superare quindi la sterile polemica pubblico-privato, come quella tra Stato (a cui il Codice affida la tutela) ed enti locali (ai quali è demandata la valorizzazione). L'importante è che il grande patrimonio culturale italiano torni ad essere una risorsa soprattutto per chi di questo Paese è figlio, per la sua vita, la sua memoria, la sua identità.