Dal ruolo dei privati ai poteri delle soprintendenze al tema scottante della dismissione dei beni demaniali: luci e ombre nel testo che entrerà in vigore il 1 maggio la normativa sul patrimonio Oggi a Roma si presenta il nuovo Codice dei beni culturali, che entrerà in vigore il 1 maggio. Erede di una lunga tradizione che vede l'Italia all'avanguardia, sin dall'inizio del XX secolo, nella normativa per la conservazione del patrimonio artistico, il codice costituisce un punto fermo dell'iniziativa politica del ministro per i Beni e le attività culturali, Giuliano Urbani. Introduce numerose novità, teso com'è a favorire l'intervento dei privati, a coinvolgere gli enti locali e a salvaguardare -per la prima volta - il paesaggio quale bene culturale. La nascita del nuovo testo è stata accompagnata da discussioni e polemiche, come si evince dalle opinioni degli esperti interpellati nel numero di maggio di «Luoghi dell'Infinito». Uno dei principi sottesi al Codice è che allo Stato (tramite le soprintendenze) è lasciato il ruolo di tutela, mentre alle regioni e agli enti locali, è demandata la valorizzazione. «Ma come si fa a distinguere con chiarezza dove finisce l'una e comincia l'altra?» chiede Antonio Paolucci, soprintendente per il Polo museale fiorentino. Un restauro può essere entrambe: valorizzazione e tutela. Senza contare che talvolta i due termini si contraddicono: valorizzare vuol dire far conoscere, quindi esporre al pubblico, oggetti antichi, pitture o codici miniati, che però si conservano meglio in stanze asettiche, lontani dalla luce eccessiva e dagli sguardi indiscreti. Altro punto controverso riguarda la possibilità di privatizzare i beni. Da tempo è caposaldo della normativa italiana che i beni che hanno più di 50 anni sono soggetti a tutela. Col nuovo codice, previa verifica, questi potranno essere dismessi. «Qui sta il pericolo- afferma Alberto Roccella, docente dell'Università Cattolica di Milano -. Perché il clima generale è cambiato. Nel 1902 uno Stato italiano ben più povero di quello odierno acquisì la collezione Ludovisi Borghese per aumentare il patrimonio pubblico. Oggi invece si parla di dismissioni». «Effettivamente non è un baluardo contro le alienazioni - insiste Salvatore Settìs, direttore della Scuola Normale di Pisa -. Tuttavia, se rispettato, le rende difficili, il Codice è il risultato di due atteggiamenti contrapposti: quello del ministro Urbani, favorevole all'inalienabilità, e quello del ministro Tremonti che, desideroso di far cassa, ha voluto introdurre il comma del silenzio assenso». In pratica, se entro un certo periodo di tempo le soprintendenze non si oppongono alla vendita di un certo bene, questo può essere dismesso; e la loro cronica carenza di personale può diventare complice di alienazioni forse non auspicabili. Ma non ci sono solo riserve. Vi sono punti fermi di grande rilevanza. In particolare il fatto che per la prima volta la protezione del paesaggio sia esplicitamente inserita nell'orizzonte della tutela dei beni culturali. È sotto gli occhi di tutti che negli ultimi cinquant'anni siano avvenute deturpazioni sostanziali. «Prima dell'800 ci si preoccupava del restauro dei dipinti. Poi si è scoperto il restauro degli immobili. Oggi si passa al restauro dell'ambiente» nota Philippe Da-verio. Il Codice richiede una collaborazione tra soprintendenze e enti locali per stabilire i piani paesistici regionali. «Occorre salvare il salvabile -sostiene Carla Di Francesco, soprintendente per la Lombardia - e pianificare per il futuro in modo perfetto la collocazione di nuove infrastnitture», così che l'ambiente non venga ancor più ferito. Ma la legge non basta, interviene Vittorio Sgarbi. «Un codice può magari rimettere ordine in un ministero»; per incidere sulla-realtà, però, servono anzitutto «persone che abbiano un'adeguata preparazione culturale e una attenta sensibilità». In fondo, un appello perché siamo tutti più responsabili verso il nostro patrimonio culturale.