Nuovo Codice dei beni culturali e paesaggistici, al via dal primo maggio: il ministro Urbani presenterà oggi alla stampa il provvedimento da lui fortissimamente voluto e varato dal Consiglio dei ministri a fine gennaio, ma alla vigilia di quella che Urbani pubblicizza come una drastica «rifondazione» del settore (e, tanto per esser chiari su cosa intenda, in un'intervista al Corriere della sera, ieri, nel suo ordine delle urgenze metteva per prima non la tutela del nostro patrimonio ma la sua dismissione) si moltiplicano gli allarmi. Ieri è scesa in campo Italia Nostra: l'associazione s'impegna da adesso a battersi su due fronti, quello del silenzio-assenso e quello dell'insostenibile mole di lavoro che tra poco andrà a riversarsi sulle Soprintendenze. Il silenzio-assenso è la norma capestro introdotta da Tremonti nell'articolo 27 del decreto allegato alla Finanziaria 2004, secondo la quale le Soprintendenze hanno 120 giorni di tempo per dire «no», apponendo un vincolo scientificamente articolato, alla vendita di beni che l'Agenzia del Demanio abbia inserito negli elenchi presentati al Mbac; norma ripresa poi, e peggiorata, nel decreto ministeriale del 6 febbraio. Dunque, Italia Nostra riprende, articolandola ulteriormente, l'argomentazione avanzata per prime da Giuseppe Chiarante su queste pagine, e sostiene che i termini previsti dall'articolo 27 (invio degli elenchi di beni entro trenta giorni dall'emanazione del decreto ministeriale) sono scaduti, visto che al 7 marzo nessun elenco era partito dall'Agenzia. Né vale la nuova dizione del decreto che, illegittimamente, forza le date e parla di trenta giorni, anziché dalla emanazione del decreto stesso, dalla sua pubblicazione sulla Gazzetta Ufficiale: neppure il 2 aprile, infatti, si era vista traccia di elenchi. In più, sostiene l'associazione, quel decreto è illegittimo nella misura in cui moltiplica ciò che diceva l'articolo 27 e prevede che, oltre il primo, ci siano in vista «successivi elenchi» di beni da alienare. Ultimo affondo, contro il nuovo Codice: che è, per Italia Nostra, illegittimo per «eccesso di delega», giacché abroga il regolamento 283 del 2000 su vincoli e inalienabilità dei beni culturali. E questo, per il primo fronte: l'altro, è quello delle Soprintendenze, che l'associazione individua come baluardo contro le dismissioni (di fronte a un loro no, l'Agenzia del Demanio non può fare ricorso) e alle quali, quindi, offre l'apporto dei propri tecnici. Il ministro accetterà l'aiuto? Vedremo come risponderà, stamattina, in conferenza-stampa. Ma il problema è un interlocutore, questo Governo, che cammina di continuo sul filo dell'illegalità, per dolo o incompetenza: è dell'altroieri quella notizia (pure questa riportata in prima battuta su queste colonne) che Tremonti ha declassificato da città d'arte Siena e Caser-ta, Urbino e Iodi, Ferrara, Anacapri, Spoleto. In un'interrogazione Franca Chiaromonte, deputata ds, individua un nesso tra questa decisione ed esigenze di cassa, legate alla spesa per i siti dichiarati dall'Unesco patrimonio dell'umanità. Prossimo allarme, le Soprintendenze: nel furor legislativo di Urbani rientra anche la riforma del Ministero e, tra breve, essa potrebbe portarsi dietro la soppressione di Soprintendenze-chiave, come quelle di Arezzo e di Mantova.