Scricchiola, sgretolato dal tempo e dall'inerzia, il patto stretto tra la famiglia di Ottone Rosai e Palazzo Vecchio. Scricchiola a tal punto che l'unica erede, Giuliana Rosai, potrebbe decidere di chiedere indietro le cinquanta opere del maestro fiorentino donate al Comune nel 1963. Perché, spiega il critico Luigi Cavallo, incaricato dall'erede dell'artista di valutare la conformità dell'impegno del Comune agli accordi relativi alla donazione, «il mio giudizio è del tutto negativo: le opere meritavano uno spazio importante ». Cavallo lancia la sassata contro quella che definisce «una macchia per Firenze», ovvero «l'abbandono dei dipinti al chiuso del Forte Belvedere, che più che un museo è uno spettro», in occasione della presentazione di un nuovo museo, da lui curato, dedicato a Ardengo Soffici «che Rosai riconobbe come unico suo maestro» e che sarà inaugurato il 16 maggio a Poggio a Caiano. Nelle intenzioni di Cavallo, c'è la volontà di affiancare alle opere sofficiane anche un museo Rosai. Che si risolva o meno l'impasse con Palazzo Vecchio, lui andrà avanti: «Praticamente invisibili, al Forte ci sono circa cinquanta opere tra paesaggi fiorentini e ritratti di intellettuali, tutte del dopoguerra, donate dalla famiglia al Comune» spiega il curatore. Che aggiunge: «Posso comunque disporre di molte altre opere del periodo che va dal 1916 alla morte dell'artista, alcune celebri, e della corrispondenza di Rosai con Soffici e altre carte». Tra le opere conservate al Forte, tutte del cosiddetto «periodo bianco», ci sono anche le celebri vedute delle chiese del Carmine, di Santa Maria Novella e Santa Maria del Fiore. Nessun passo ufficiale, ancora, è stato fatto. Per adesso «mi è stato dato un incarico esplorativo dall'erede». Il risultato non è incoraggiante perché le opere, continua il critico d'arte, «prima erano alla biblioteca delle Oblate, poi sono state chiuse per anni, invisibili, e adesso sono visitabili solo in orari molto ridotti». Dunque: «l'erede mi ha incaricato di valutare la possibilità di richiederli indietro perché il contratto stipulato a suo tempo dice che nel caso non fossero attuate le concordi disposizioni per cui il materiale doveva essere presentato in un certo modo, con una certa visibilità, la famiglia poteva riprendersele». Il giudizio di Cavallo è in generale negativo sulla città «da sempre immobile sull'arte contemporanea », nonostante «la mostra che curai a Palazzo Medici Riccardi su Rosai abbia contato circa 40mila presenze». Sull'ipotesi della restituzione esiste anche un precedente: «È accaduto con Teresita Fontana, moglie di Lucio Fontana conclude Cavallo che ha chiesto e ottenuto la restituzione delle opere del marito dal comune di Milano», che non aveva rispettato disposizioni analoghe a quelle che riguardano Ottone Rosai. Nelle intenzioni di Palazzo Vecchio, i quadri di Rosai dovranno confluire nel nuovo museo in piazza Santa Maria Novella. «Le ex Leopoldine? si chiede Cavallo sembra di essere in Aspettando Godot, ormai si può dire che lo aspettiamo da sempre ma il museo, come Godot, non arriva mai». L'ex assessore Simone Siliani concorda sui ritardi («ci eravamo posti come termine dei lavori del secondo lotto il 2008») e sul fatto che «quella del Forte era chiaramente una sistemazione provvisoria ». Ma ritiene ingiusto il paragone con l'opera di Beckett perché «i lavori sono in corso». Infatti, ribatte Eugenio Giani, attuale assessore alla cultura, «si stanno rispettando i tempi: il chiostro degli artisti, dove abbiamo previsto mostre a rotazione ogni mese, sarà pronto a fine anno, mentre il Museo del Novecento, dove confluiranno anche le opere di Rosai, sarà pronto nel 2010». Taglia corto invece sulla polemica: «Invito Cavallo a venire qui, gli mostrerò l'attività febbrile dei lavori che vado a controllare una volta al mese e vedo andare avanti con assoluta regolarità».