Con la norma che offre alla Capitale una nuova condizione istituzionale, dopo almeno vent'anni di passi politici in questa direzione, su Roma corre d'ora in poi l'obbligo di pensare in modo diverso. Il Comune avrà più poteri autonomi in alcuni settori (trasporti, edilizia, turismo), più finanziamenti statali. È finalmente riconosciuto come un'Area metropolitana, una condizione che vive da molto tempo: è come se un prete fosse battezzato a quarant'anni. Ci possiamo aspettare che adesso, pensando a sviluppare il metrò, lo si faccia arrivare a Guidonia-Tivoli, ai Castelli e a Civitavecchia? Possiamo sperare che il Litorale sia raggiunto da treni veloci e frequenti, propri dei collegamenti «metropolitani »? Il coordinamento territoriale dovrebbe evitare pasticci come quello accaduto a Londra, dove la Grande Ruota è stata piazzata sfrontatamente quasi in faccia a Westminster per le rivendicazioni autonomiste di un borough (municipio). Bisognerà fare attenzione che questo coordinamento non confermi la propensione fortemente accentratrice applicata dal Campidoglio prima con le Circoscrizioni poi con i Municipi. Roma non dovrà approfittare della sua forza per assimilare decine di comuni dell'Area ma dovrà favorirne lo sviluppo rispettandone gli interessi. Che la «svolta storica» riguardo la Capitale sia avvenuta attraverso un articolo (23) della legge sul federalismo è deludente: forse la Grande Roma meritava una legge tutta sua, che la garantisse meglio, tra l'altro, sui finanziamenti: essendo «commisurati alle nuove funzioni» saranno decisi di volta in volta da chi governa. Un anno potrebbe andare bene, un altro no. La destra, appoggiando Bossi, ha avuto in cambio un'indicazione sfocata a favore della Capitale. Ma il nuovo approccio culturale con cui predisporre il futuro di Roma non può che basarsi su una più forte programmazione verticale e orizzontale, nel tempo e sul territorio: che, viste le circostanze, deve contare su finanziamenti certi oltre che ben superiori a quelli che la città oggi può sperare.