Ammette candidamente «di non aver mai visto una partita di calcio, né dal vivo né in tivù». E aggiunge, a scanso di equivoci, di «non avere particolare simpatia nei confronti del mondo del tifo». Però Umberto Croppi, assessore alla Cultura del Comune, era a favore dell'evento Champions al Colosseo. Come mai? «Non si parlava certo di usare l'anfiteatro per fare lo spettacolo dei gladiatori. Ma si ragionava su zone adiacenti. Le stesse dove prima Renato Nicolini, e poi il mio predecessore Silvio di Francia, hanno deciso di proiettare 'Napoleon'. Perché quello sì e il calcio no?». Forse perché la natura degli eventi è totalmente diversa? «Sì, ma questa sacralizzazione dei beni artistici è incomprensibile. E non stavamo parlando del Palatino o dei Fori». Anche l'area di fronte all'arco di Costantino è abbastanza delicata. O no? «Faccio un esempio: ero sulla via Francigena, dove ci sono strade romane del I secolo a.C. che sono rimaste intatte fino all'inizio del '900. Cioè fino a quando venivano usate... Poi sono andate in malora». Un conto sono le strade, un altro le partite di calcio attaccate ai monumenti... «Ma è meglio avere dei luoghi vivi, che morti. Nel caso della Champions al Colosseo, non si creavano neppure problemi alla circolazione di auto o ai cittadini. Altro discorso sono le piazze del centro, che andrebbero concesse solo in occasioni particolari». Insomma, lei difende l'idea di organizzare l'evento Champions davanti al Colosseo? «Secondo me non era uno scandalo. Quella location è un'icona di Roma, che male c'è ad utilizzarla? Si trattava, in fondo, di un appuntamento con lo sfondo dell'anfiteatro». E il rischio di danneggiamenti? «Ci sono comunque. Chi può escludere che accada qualcosa stanotte? E se parliamo degli hooligans, ci saranno lo stesso in giro per Roma». Le toccherà litigare col sottosegretario Francesco Giro... «Ma no, ci vogliamo bene...».