Gentile professor Settis, condivido il suo intervento che paventa l'ennesimo condono destinato a salvare i razziatori d'arte nel nostro Paese. Forse per la mancanza di spazio non ho però trovato le ragioni per giustificare la sua contrarietà a un'altra misura che, da non addetto ai lavori, avevo sempre ritenuto interessante. Mi riferisco alla possibilità di affittare opere altrimenti destinate a rimanere nei sotterranei dei nostri musei. Da quest'operazione si potrebbero ottenere molti risultati positivi; restauri a spese degli ospiti delle opere, ricavi per i beni culturali, borse di studio. Ovviamente queste ultime dovrebbero essere protette, assicurate, disponibili ai ricercatori, eccetera. Se fossi l'autore di un lavoro destinato all'oscurità (o peggio) preferirei certamente che fosse esposto quand'anche in una magione cafona. Cordialmente Marco Di Gregorio Due ragioni di principio sconsigliano di «affittare opere altrimenti destinate a rimanere nei sotterranei dei nostri musei». La prima è la funzione dei depositi museali (non tutti sotterranei). Molti credono che sia questa una peculiarità italiana, una sorta di embarrassement of riches dovuta alla sovrabbondanza del nostro patrimonio culturale. Non è così. Tutti i musei del mondo hanno i propri depositi (molte migliaia di pezzi in grandi musei come il Louvre), di norma ben tenuti e aperti agli interessati. I depositi sono laboratori di ricerca e serbatoi di conoscenza. Sono la riserva aurea dei musei: i loro materiali vengono studiati, e in essi si fanno spesso scoperte anche sensazionali (è accaduto agli Uffizi), di opere trascurate che vengono rivalutate ed esposte in museo. Inoltre, negli interscambi di prestiti per mostre, le opere in deposito sono un asset importante, perché possono esser prestate senza impoverire il percorso espositivo. Non meno importante è la seconda ragione: la ratio storica, giuridica, civile della tutela (per esempio dei reperti archeologici di cui parlava il mio articolo), è la loro natura intrinseca di bene pubblico, dunque la pertinenza di ogni singolo pezzo a un unico contesto storico non segmentabile. Ispirato dal diritto romano, questo principio fu già affermato negli antichi Stati italiani (soprattutto Roma e Napoli) sin dal Settecento, è ancora valido in Italia ed è stato progressivamente adottato in tutto il mondo. E' su questa base che avvengono le restituzioni di materiali archeologici dall'estero. L'eventuale affitto ai privati, che fosse - come Lei dice - in una magione cafona o nella residenza più raffinata, colpirebbe dunque alla radice le ragioni stesse della tutela. In queste pagine si lesse (11 luglio 2004) il caso dei frammenti di sculture templari da Selinunte sequestrati dal governo borbonico a due architetti inglesi nel 1823 e rimasti in deposito a Palermo per quasi due secoli, finché un archeologo italiano, Clemente Marconi, li riscoprì e interpretò brillantemente. Non sarebbe mai accaduto, se ogni pezzo fosse finito in una magione diversa, cafona o no. Infine: Lei ipotizza che le opere affittate siano protette, assicurate, disponibili ai ricercatori. Ha calcolato il costo di tutelare, metti caso, mille vasi dispersi in mille case? Ogni quanti giorni bisognerebbe verificare che non siano stati rotti dal gatto di casa? E' palese che gli stessi mille vasi in un solo deposito ben custodito, coi debiti allarmi, hanno costi di custodia mille volte più contenuti. Ci sono davvero in qualcuno dei nostri musei depositi polverosi e mal tenuti? La soluzione è di portarli agli standard internazionalmente riconosciuti, non di distruggere l'idea stessa di museo mediante vendite o affitti. Salvatore Settis