Una decina di Soprintendenze rischiano di essere soppresse. O di rimanere senza dirigente e di finire accorpate o smembrate. Non sono Soprintendenze di scarso rilievo. Tutt'altro: nel mirino ci sono le Soprintendenze ai beni artistici e storici di Mantova, di Modena e Reggio Emilia e di Parma e Piacenza; dì Siena, di Pisa e di Arezzo. Tutti uffici con competenze su aree e su patrimoni fra i più ricchi d'Italia: dal Palazzo DucaleMantova con gli affreschi di Mantegna, alla Galleria Estense di Modena; dalle opere di Ambrogio Lorenzettie di Duccio da Buoninsegna a Siena al ciclo di Piero della Francesca di Arezzo. Per Mantova, Modena e Parma si tratta inoltre di strutture antiche (il decreto che istituisce Mantova è del 1904, quando nasce la rete delle Soprintendenze in Italia), la cui tradizione culturale risale agli Stati preunitari (il ducato di Modena e Reggio, ad esempio) e a una sperimentata concezione della tutela. Al ministero per i Beni e le Attività culturali l'attività ferve e si svolge coperta dal riserbo. Ma le voci circolano insistentemente. E cresce la preoccupazione negli uffici più esposti. Ma qual è il motivo di questo taglio? Sempre lo stesso: riformare quanto più possibile, risparmiando quanto più possibile. La riforma del ministero, voluta da Giuliano Urbani, va nel senso di accrescere la testa romana del ministero a scapito delle Soprintendenze territoriali, che da sempre svolgono (o dovrebbero svolgere) un doppio compito, quello di conoscenza e di tutela. Con l'istituzione dei Dipartimenti e con l'innalzamento a 10 delle direzioni generali, le figure di vertice dei ministero (come ha ricordato qualche giorno fa su queste pagine Salvatore Settis) sono cresciute da 4 a 15 (erano diventate 9 con il minisrro Melandri). Ma dato che le riforme vanno fatte a costo zero, per ogni nuovo capo di Dipartimento salta un Soprintendente. In totale, stando ai conti di Urbani e del suo staff, sono 16 i soprintendenti eccedenti. L'intenzione del ministero ha già provocato molte proteste, come quella sull'eventuale soppressione delle Soprintendenze archeologiche di Pompei e Roma. Il senatore Luciano Guerzoni ha presentato un'interrogazione al ministro, preoccupato soprattutto per la Soprintendenza di Modena e Reggio Emilia. Gli ha risposto il sottosegretario Nicola Bono: tagli ci saranno, ma non sull'organico effettivo. In altri termini potrebbero non venire coperti quei posti che sisono resi liberio per l'andata in pensione del Soprintendente o per altri motivi. (Ma Bono è lo stesso che, in un'intervista, ha detto che le Soprintendenze devono trasformarsi in «sportelli di riferimento dei cittadini per licenze e modernizzazioni»). Fra gli uffici che molti ritengono in pericolo figura quello di Arezzo, retto fino alla sua scomparsa, qualche settimana fa, da Anna Maria Maetzke, una delle più apprezzate studiose d'arte medioevale e curatrice, fra le altre cose, del restauro degli affreschi di Piero della Francesca. Cosa ne sarà del suo ufficio, se dovesse realizzarsi l'intento di non sostituirla stabilmente? Non è chiaro. Secondo alcuni la Soprintendenza ai beni artistici di Arezzo, come quella di Siena o di Pisa, potrebbe essere assorbita dall'ufficio che tutela i beni architettonici e ambientali. Oppure entrambe potrebbero trasformarsi in sedi distaccate di un'unica Soprintendenza ai beni storici e artistici per tutta la Toscana o della Soprintendenza regionale. Entrambe le ipotesi non sono ben viste da molti funzionari. Nel primo caso la competenza specifica degli storici dell'arte verrebbe fatalmente schiacciata, essendo un architetto il titolare della Soprintendenza in cui verrebbero accolti (non sono confortanti, si sostiene, le esperienze di altre Soprintendenze "miste"). Nel secondo caso resta aperto il problema dei criteri di nomina del Soprintendente regionale, che con il nuovo regolamento si chiamerà Direttore regionale e la cui nomina può essere fatta dal ministro e non rispondere necessariamente a requisiti tecnici. Potrebbe cioè essere un manager o un amministrativo e non un architetto, uno Storico dell'arte o un archeologo. A Mantova si apre un altro scenario che inquieta storici dell'arte e funzionari delle Soprintendenze: tutta la parte della tutela potrebbe finire a Milano o chissà dove, ma il Palazzo Ducale, uno dei siti museali e storici fra i più visitati in Italia, sembra destinato a confluire in una Fondazione. E per legge le Fondazioni sono aperte ai privati.