Nella sala 74, al secondo piano del Museo Archeologico Nazionale, in uno dei quadretti esposti sulla parete sinistra, proprio in mezzo a due altre scenette in cui sono proposte delle pesche «spaccarelle» (qualcuna mostra anche il nocciolo) e una brocca d'acqua di eccezionale trasparenza e eleganza, è raffigurato un vassoio contenente datteri e fichi secchi nei quali sono state inserite due monete: una d'oro, l'altra d'argento. Al loro interno monete di metallo nobile, venti secoli fa, venivano offerte all'ospite di riguardo per augurargli buon anno: com'è cambiato poco il costume da duemila anni a questa parte, visto che quella frutta più o meno esotica e tanto di moda all'epoca, ancora oggi la ritroviamo tra Natale e Capodanno quasi su tutte le tavole napoletane. La pittura, assieme alle altre che hanno trovato ospitalità in quella sala, fa parte dei quattrocento e passa affreschi restaurati e ricollocati al Nazionale che potranno essere rivisti a partire da oggi. Un lavoro, quello dei restauratori della Soprintendenza archeologica speciale di Napoli e Pompei coordinati da Luisa Melillo, che è durato quasi un decennio e ha consentito il recupero di opere uniche per valore scientifico e storico. «La particolarità - sottolinea difatti il soprintendente Guzzo - sta tutta nella sua apertura: dopo anni di lavoro si riporta all'attenzione del pubblico e della sua fruizione un elemento fondativo del museo. Avere nuovamente disponibili questi affreschi sicuramente aiuterà la ricerca». Pezzi di cultura della cui importanza non s'era mai dubitato sin da quando cominciarono ad affiorare sulle pareti delle domus che gli scavatori borbonici riportavano a poco a poco alla luce tra Pompei e Ercolano. Affreschi dei quali i sovrani erano più che gelosi, visto che vietavano a chiunque non avesse un loro speciale permesso di potersi avvicinare alle pitture per osservarle da vicino o magari schizzarne i tratti su un taccuino da viaggio. Dodici, in tutto, gli spazi espositivi occupati dalle pitture. Si inizia con una sala in cui sono proposti quadri che danno al visitatore l'idea di come maestri e assistenti dipingevano una parete. Ovvero, sono mostrati gli attrezzi: compassi, punteruoli, squadre, fili a piombo, usati dividere l'area da affrescare in settori e le linee di contorno che poi sarebbero state definite con l'impiego del colore. La tecnica era talmente evoluta che esistevano persino compassi di proporzione usati per ingrandire o rimpicciolire i soggetti in rapporto alle proporzione del quadro generale. Si prosegue con il salone in cui vengono proposte, attraverso gli affreschi ricostruiti, le tecniche di distacco degli intonaci dipinti dalle pareti. Una delle particolarità di questo riallestimento (il catalogo Electa è curato da Irene Bragantini e Valeria Sampaolo) è data dalla possibilità di poter ammirare anche dei rarissimi dipinti su marmo. I quadri in oggetto provengono da Ercolano e furono trovati negli scavi settecenteschi. «Insomma - sottolinea Valeria Sampaolo, che da domani sostituisce Maria Rosaria Borriello nella direzione del Museo - il nuovo allestimento intende offrire al pubblico una storia della pittura romana vista dalla prospettiva dei centri di provincia abitati per lo più da commercianti e ceto medio, che imitavano nella decorazione delle loro case la moda di Roma». Un elemento che era favorito anche dalla presenza nell'area di aristocratici e personaggi della Romam imperiale. Basti solo pensare all'intera parete recuperata dalla villa di Agrippa Postumo (era zio di Agrippina, la madre di Nerone) a Boscotrecase, pochi mesi prima che la lava dell'eruzione vesuviana del 1906 coprisse quel settore della domus ancora inesplorato. Così per gli affreschi provenienti dalle ville di Stabiae e le pitture trovate e staccate dalle pareti di Pompei. Tra esse, le scene del Foro con i venditori di pignatte, scarpe, ferri, trovate nella casa di Giulia Felice, un'imprenditrice che aveva acquistato l'edificio e lo stava ristrutturando per farne un bagno pubblico. Appena prima che l'eruzione travolgesse tutta una civiltà.