Dopo due anni di lavoro e di furenti polemiche, il primo maggio entrerà in vigore il nuovo codice dei Beni culturali e del Paesaggio, voluto dal ministro Giuliano Urbani. A leggere i 184 articoli del Codice si ha l'impressione che un secolo di lavoro delle soprintendenze, un secolo di tutela venga messo completamente in discussione. C'è il rischio che l'Italia perda la sua immagine e la sua storia in favore di un esercito di speculatori. A leggere i 184 articoli del Codice dei Beni Culturali e del Paesaggio appena varato si ha l'impressione che un secolo di lavoro delle Soprintendenze, un secolo di tutela, venga messo completamente in discussione. Prendiamo l'articolo 12 «verifica dell'interesse culturale»: sono naturalmente gli organi del ministero a verifìcare la «sussistenza dell'interesse artistico, storico, archeologico, eccetera», ma quando si passa ai «beni immobili» dunque alle architetture, la tutela viene determinata dalla «predisposizione degli elenchi» corredati da «schede descrittive»; se da queste schede risulta che le strutture non sono di interesse artistico, storico, archeologico, si procede alla «demanializzazione» ed esse diventano «liberamente alienabili». E in base alle norme contenute nella Finanziaria ora bastano 120 giorni di silenzio-assenso delle competenti Soprintendenze per vendere. Ma di che schede si tratta? Chiunque penserebbe che vengano mantenute in vigore tutte le vecchie schede di catalogazione delle Soprintendenze, molti milioni, e che si discuta solo dei beni non schedati. Nulla di tutto questo: si riparte con delle nuove schede, che non si sa bene con che competenze saranno redatte. Non solo: chi farà le schede dei beni architettonici, visto che 200 funzionari delle Soprintendenze non bastano di certo a schedare circa 150 milioni di oggetti e decine di milioni di strutture passibili di tutela ? La sola possibilità sarebbe di chiamare le centinaia di specializzati e di dottori di ricerca in storia dell'arte che, solo se collegati ai Dipartimenti dei Beni Culturali delle Università e ai loro docenti, garantirebbero una rapida verifica delle schede esistenti e la precisa redazione delle nuove. Ma nella legge di questo non si parla, anzi le Università sono quasi del tutto emarginate, e lo sono persino dai corsi di formazione dei restauratori, in contraddizione con la vigente legge proprio sulla formazione nelle Università dei restauratori stessi. Per capire come funziona la legge in fatto di «conservazione» veniamo all'art.21: «interventi soggetti ad autorizzazione del ministero» e consideriamo il caso della «demolizione delle cose costituenti beni culturali», cioè di un edificio monumentale. La risposta viene dall'art.22: per avere l'autorizzazione chi vuole distruggere l'edificio, smembrarlo, manometterlo, chiede alla Soprintendenza l'autorizzazione; la risposta deve venire in 120 giorni, ma l'ufficio può chiedere chiarimenti e fare accertamenti in 30 giorni, se non lo fa il richiedente diffida la Soprintendenza, e se l'ufficio tace per altri 30 giorni la richiesta di demolizione, o altro, è approvata. Direte: ma hanno ben sei mesi di tempo, dunque hanno un tempo enorme. Non è vero! Le Soprintendenze hanno pochissimi architetti e funzionari esperti, ciascun ufficio smaltisce ogni anno almeno 40-50 mila pratiche, adesso dovrebbero fronteggiare un numero enormemente superiore di richieste, non potranno fare nulla. Siamo davanti a una programmata sanatoria anticipata. Ecco perché si stanno vendendo a centinaia immobili del demanio dello Stato di preciso interesse storico-artistico. Forse salveranno l'edilizia supposta di qualità, ma il tessuto no, quello, certo, sarà cancellato. Si sa, abbiamo da sempre tutelato l'antico e il Rinascimento, stavamo adesso a fatica recuperando il Medioevo, ma chi salverà l'architettura civile dell'800, il Liberty, l'architettura fascista, quella industriale, quella delle poche nostre avanguardie? Con questa legge, davvero, nessuno. Dunque serve subito un completo rovesciamento: si devono mantenere inalienabili tutti i beni demaniali, si deve coinvolgere nella loro catalogazione e analisi l'Università, si deve affidare il lavoro di tutela a commissioni di veri esperti, storici dell'architettura, storici dell'arte, sopraintendenti uniti. Ricordiamolo: quattro generazioni di sopraintendenti, da Corrado Ricci a Adolfo Venturi, da Giulio Carlo Argan a Cesare Gnudi, a Cesare Brandi, a Fernanda Wittgens hanno speso le loro vite per tutelare oggetti e ambiente. Adesso stiamo per assistere alla dissoluzione di tutto quel sistema culturale. L'Italia perderà la sua immagine e la sua storia. Magari in favore di un esercito di speculatori.
Le soprintendenze? Sepolte da milioni di schede
Il nuovo codice dei Beni culturali e del Paesaggio è entrato in vigore il 1° maggio. Il codice, voluto dal ministro Giuliano Urbani, contiene 184 articoli che sembrano mettere in discussione un secolo di lavoro delle soprintendenze e tutela. L'articolo 12 stabilisce che gli organi del ministero verifichino l'interesse culturale, ma quando si tratta di beni immobili, la tutela viene determinata dalle schede descrittive. Se queste schede non indicano un interesse artistico, storico o archeologico, le strutture possono essere demanializzate e vendute. La legge prevede che le schede vengano redatte da specializzati e dottori di ricerca, ma non si specifica chi saranno questi esperti.
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