ROMA Vi fa orrore l'idea di un McDonald's nel Colosseo o di una sala Bingo agli Uffizi? Niente paura, non li vedrete mai. Ma l'Italia non ha solo il Colosseo, gli Uffizi, il museo di Capodimonte o la torre di Pisa. Siamo un Paese ricchissimo di cultura. Ex caserme, palazzi storici, piccoli musei. Anche di questi parliamo oggi. Perché dopo due anni di lavoro, condito da furenti polemiche, il primo maggio entrerà in vigore il nuovo codice dei Beni culturali e del paesaggio, fortemente voluto dal ministro Giuliano Urbani e presentato due giorni fa in una cerimonia ufficiale al presidente Ciampi. Sono circa 180 articoli che promettono di mettere ordine in una materia «confusa e incerta». Molte le materie affrontate ma i punti veramente caldi sono tre: la vendita di una parte del patrimonio pubblico, la possibilità di intervenire nel paesaggio vincolato e l'apertura ai privati nella gestione di monumenti, musei, palazzi. «Non venderemo mai i tesori d'Italia», ha detto il ministro. Sono in molti a non crederlo. Le associazioni, innanzitutto. Italia nostra, Legambiente, Wwf, Comitato per la Bellezza, Associazione Bianchi Bandinelli. Ma anche sovrintendenti, studiosi, direttori di musei. E naturalmente l'opposizione politica, che in questi due anni ha gridato allo scandalo. Perché si teme la svendita? Il punto più controverso è la norma sul silenzio-assenso contenuta nella scorsa Finanziaria. Il codice la mantiene nell'articolo 12. In sostanza, Tesoro e Cultura concertano un elenco di beni da vendere. Sottopongono la loro richiesta ai sovrintendenti e questi hanno 120 giorni per dire no, altrimenti si vende. «Come faranno ad avere il tempo per esaminare tutte le richieste?», si chiedono a Italia nostra e prospettano l'ipotesi che il silenzio-assenso sia decaduto, perché quella norma prevedeva un termine di 30 giorni entro i quali gli elenchi dovevano essere pronti. Ma l'ufficio tecnico del ministero nega che sia così. «Il termine dei 30 giorni non è perentorio». Urbani ha sempre detto che è impossibile fare la lista di tutti i beni alienabili, se ne deduce che gli elenchi saranno più di uno e comunque parziali. Dicono al ministero: «Il silenzio-assenso riguarda soltanto la prima applicazione. Non sarà per sempre così». Ma una scadenza non esiste. E' presumibile quindi che la «prima applicazione» riguarderà molti elenchi parziali. Per adesso ce n'è uno, una trentina di beni in tutto, comprende molte ex caserme e qualche palazzo storico, come palazzo Blumensthil a Roma. Le sovrintendenze, cronicamente a corto di uomini e mezzi, temono il silenzio-assenso. Dice Nicola Spinosa, sovrintendente del polo museale di Napoli: «Noi non abbiamo il personale che ci consente di affrontare un'eventuale emergenza di richieste alla vendita. Il rischio di non poter rispondere e dare il via libera all'alienazione di decine di beni è concretissimo». A Italia nostra si stanno organizzando. «Come associazione abbiamo titolo legale per chiedere di partecipare ai procedimenti di verifica». L'altro tema rovente è quello delle cosiddette privatizzazioni. La legge Ronchey ha già aperto ai privati, permettendo la gestione dei servizi aggiuntivi, librerie, vendita di gadget, caffetterie. Ma Urbani è andato oltre. I privati potranno gestire un museo, perfino il Colosseo. E i critici sono tanti. Il direttore del Louvre insorse quando se ne parlò la prima volta. «Non siamo al supermercato disse . Tutto quel che riguarda l'arte deve avere carattere culturale e non commerciale». Nicola Spinosa lo segue su questo punto: «Che si vuol fare, eliminare lo staff tecnico? Il privato investe se ha un interesse economico immediato, quali garanzie darebbe riguardo al rispetto artistico del monumento?». Ma uno tra i consiglieri del ministro, l'economista Giacomo Vaciago, vicino alla sinistra, abbraccia le tesi di Urbani: «Io credo nel valore e nella forza dei privati, cioè della società civile. Si guardi la fondazione di Bill Gates. Cooperare nei rispettivi ambiti, pubblico e privato, questa è l'ottica del ministro, e io la condivido». L'elenco in esame Questi alcuni degli immobili contenuti nel primo elenco all'esame delle Soprintendenze che dovranno dare l'assenso, o meno, alla vendita. A Roma: Palazzo Blumenstihl, Auditorio di Mecenate, Palazzo dell'Agenzia del territorio. A Cosenza: ex convento di Santa Chiara, ex caserme Fratelli Bandiera, Garibaldi e Domenico Moro. A Gallarate e Vimercate (Milano): ex casa del Fascio
Tesori, caserme, palazzi: le regole della vendita
Il nuovo codice dei Beni culturali e del paesaggio entrerà in vigore il 1° maggio. Il ministro Giuliano Urbani ha presentato la legge dopo due anni di lavoro e polemiche. Il codice affronta la vendita di beni culturali, la gestione di monumenti e musei, e la protezione del paesaggio. Le associazioni, sovrintendenti e studiosi hanno espresso preoccupazioni sulla vendita di beni culturali e sulla gestione dei monumenti. Il punto più controverso è la norma sul silenzio-assenso, che prevede che le sovrintendenze diano il loro assenso o meno alla vendita di beni culturali entro 120 giorni. Le sovrintendenze temono di non avere il personale per affrontare le richieste di vendita.
Artista / Persona
Bene culturale
Luogo