BERGAMO Meno dieci. Mancano dieci giorni all'inaugurazione del Teatro Sociale, dal 1927 chiuso e con un gran buco nel tetto causa incuria e intemperie, i legni muffiti, i muri scrostati. Incrociano infatti e non a caso le dita amministratori locali e addetti ai lavori, affinché la sera dell'8 di maggio la Grande Magia del teatro rinato porti le dita del violoncellista Mischa Maisky e di sua figlia Lily, pianista, a volare sulle note di Beethoven, De Falla, Shostakovich, Rachmaninof. Implacabili come in un teatrino meccanico, falegnami e carpentieri, stuccatori e pittori, tappezzieri e restauratori non smettono intanto di smartellare, lisciare, incardinare, segare, misurare, avvertire «vernice fresca, pittura umida, palco inagibile». Mentre, qua e là, come gioielli non ancora del tutto svelati appaiono fiancate del teatro finite, pavimenti in cotto ben allineati, nitide scale di pietra del Sebino, legni rinforzati all'interno, e all'esterno lasciati nel loro centenario decoro. Decori, pitture, colori, proporzioni e linee tipicamente in linea col temperamento bergamasco: solidità, sobrietà; e quindi, buon gusto. Infatti, solo un'ombra d'oro sui capitelli delle colonne all'ingresso; solo un'argentatura sbreccata sulle poltroncine di velluto grigio recuperate dal «Carignano » di Torino. Lasciando che sia il colore di fondo, un caldo ocra giocato in più sfumature, a sprigionare una luce tenera e tenue. E niente cupola, sprofondata col suo peso di pioggia e di neve sulla platea che si distende, adesso, su una vasca riempita d'acqua antincendio. Racconta infatti Francesco Bellotto, direttore artistico di Bergamo Musica Festival: «Testato all' aperto, e praticamente senza il soffitto, il teatro ha rivelato un' acustica perfetta. Si è quindi optato per una copertura a capriate di legno». Peraltro, più affascinante di un coperchione sul quale avrebbero dovuto correre pitture e decori finti. E molto meglio, mantenere e valorizzare ciò che resta. Come l'enorme camino all'altezza del quarto ordine di palchi, quando la stanza degli scenografi, che lavoravano accucciati per terra e asciugavano al fuoco le loro tele dipinte, era sistemata nel sottotetto. Niente è più emozionante che vedere un teatro tornare alla vita. Parole e note non se ne vanno infatti mai più dalle pietre, le stoffe, le scale e le stanze che le avevano udite risuonare in altri tempi, con altre voci, altre musiche, altri volti, altre storie di quelle che, dall'8 di maggio, qui torneranno a venire. Mentre lunga e vivace è la storia di questo teatro costruito nel 1804 nel cuore di Bergamo Alta per rispondere picche all'intraprendente Bortolo Riccardi, che quindici anni prima aveva fondato in Bergamo Bassa un teatro d'opera commerciale, e tanto dava fastidio alla Società dei Nobili. Liti, da allora, per questioni di priorità e di prestigio. Con primedonne che saltabeccavano una volta su e una volta giù per accontentare tutti: e mai nessuno era contento. Dispute al limite del duello, persino, tanto che il conte Grumelli Pedroca ebbe il compito stabilire i turni delle due sale: al Sociale, recite in tempo di Carnevale. Al Riccardi, dopo la festa (a fine agosto) del patrono Sant' Alessandro. Non andò bene, comunque. I 'Nobili' non ressero alle spese. Subentrarono l'Amministrazione Municipale. I privati. La Curia. Il Partito Fascista. La parrocchia. Le luci si spensero. Il soffitto piombò sulla platea. Le voci e le note furono costrette ad acquattarsi sotto il palco. E adesso, ritornano.