FIRENZE Il 21 maggio prossimo, in occasione della festa di San Zeno, la famosa pala di Andrea Mantegna tornerà finalmente nella Basilica dedicata al Santo. Lo annunciano i dirigenti dell'Opificio delle Pietre dure, il laboratorio dove è stato eseguito il restauro. Nel 2007 l'opera fu portata a Firenze per il complesso lavoro di sistemazione. Adesso Marco Ciatti, direttore del settore restauro dei dipinti dell'Opificio, assicura: «Il capolavoro può ritornare nella sua città». Era l'annuncio più atteso: Verona può finalmente riappropriarsi di quel geniale monumento di suggestiva pittura, sorretta da una cornice proprozionata, lavorata con perizia estrema. «È emozionante», assicura l'assessore alla Cultura Erminia Pebellini, che nelle scorse settimane ha potuto vedere, in anteprima, il risultato dell'intervento. La pala, che è poi un polittico, costò al Mantegna due anni di lavoro, fino al 1460. Lo stesso tempo impiegato dagli esperti dell'Opificio per riportarla all'antico splendore. Quaranta esperti hanno lavorato per 1.500 ore con un unico obiettivo: concludere il restauro a tempo di record. Quella che la prima settimana di maggio arriverà in città è un'opera complicata, che difficilmente può essere immaginata da chi non l'ha vista. Misura 480 per 450 centimetri, e nei tre pannelli dal disegno movimentato e dai colori ricchi, riesce a dare come pochi altri grandi dipinti, la gioia della partecipazione a un colloquio eccezionale tra i protagonisti. Se infatti la splendida Madonna è raffigurata in trono tra nove angeli, attorno a lei sostano e si muovono Pietro e Paolo, Giovanni Evangelista e Zeno, Benedetto, Giovanni Battista e altri attori delle storie sacre. Nello spettacolare illusionismo dell'opera, gioca l'architettura spaziosa e colorita, affrontata con genialità anche nella cornice dipinta dal maestro. Il restauro ha interessato sia la superficie pittorica che il supporto ligneo e la cornice decorata, queste ult i m e mai trattate prima di ora. Per meglio eseguire gli interventi la pala era stata suddivisa in 14 parti. Chi ha avuto il privilegio di sostare nel grande laboratorio in questi anni, ha avuto l'impressione di essere in una sala operatoria ad alto rischio, con le parti anatomiche enormi o piccolissime, separate su lettighe orizzontali e verticali . «Per prima cosa è stata eseguita la disinfestazione, per eliminare eventuali insetti silofagi nel legno - spiega la direttrice dei Musei civici, Paola Marini - e in seguito si è proceduto con il restauro vero e proprio, eliminando le alterazioni dovute agli interventi che si sono susseguiti nel corso dei secoli. Infine i dipinti sono stati ripuliti ». Le analisi, gli accertamenti chimici, fisici, radiologici e le spettrografie condotte sull'opera hanno permesso di svelarne tutti i segreti. Come la piuma utilizzata come pettro da uno degli angioletti che suonano il mandolino, ai piedi della Madonna. «All'inizio pensavamo fosse un pellucco», ha raccontato una restauratrice. Sul retro di ogni tavola è stata costruita con pannelli di legno una sorta di scatola contenente «aria segregata», in grado di controllare le differenze di umidità tra ambiente e dipinti. «Finalmente, in occasione della festa del patrono, il 21 maggio - conclude Perbellini - i veronesi potranno tornare ad ammirare uno dei simboli della città».