«L'architettura è un'arte esatta, che serve a far star bene la gente. Ha poco a che vedere con le invenzioni delle forme, e in questo è diversa dalle altre arti. È qualcosa di più simile a una risposta razionale alle esigenze delle persone». Sintetizzato in queste frasi, il pensiero dell'urbanista Uberto Siola riflette la coerenza di un operare che ha intrecciato negli anni diversi piani paralleli: da quello accademico - come preside della facoltà di Architettura della «Federico II» dal 1979 al 1996 - a quello politico - è stato deputato Ds nella XIII legislatura - da organizzatore e promotore di manifestazioni culturali a progettista, le cui ultime tappe significative, realizzate con collaboratori e associati, riguardano la riqualificazione dell'area del quadrivio di Secondigliano, i progetti per l'Albania e quello per la stazione Chiaia della linea 6 della Metropolitana di Napoli, in fase di attuazione. Un percorso complesso, dunque, che si può racchiudere in un'idea di «architettura normale», basata su concetti-chiave come razionalismo, storicismo e tradizione, in netta controtendenza con le mode del momento, che prediligono l'intervento spettacolare, spesso e volentieri avulso dal contesto. Per un'architettura italiana. Opere e progetti 2001-2008 è il volume che documenta quasi dieci anni di progetti di Uberto Siola e Associati (a cura di Federica Visconti, edizioni Skira, pagg. 223, euro 50). Progetti - oltre cinquanta - ma anche concorsi e opere realizzate, pure se il dato che salta subito all'occhio è proprio la predominanza dell'architettura progettata su quella realizzata: «È un dato che dimostra la scarsa incidenza dell'architettura sulle sorti della città. - è il commento amaro di Siola - Ed è, si badi bene, un bilancio che accomuna tutta l'architettura italiana, la quale è molto presente nel dibattito internazionale, ma è poco realizzata». Una contraddizione che secondo Paolo Portoghesi, autore dell'introduzione al volume, dimostra la «sfiducia della politica per l'architettura, la sostanziale indifferenza per il suo valore civile». «L'attenzione della politica - conferma Siola - si limita infatti all'architettura celebrativa o a quella dell'una tantum, che ha come protagonisti gli architetti stranieri». Una moda, quella delle archistar, che è un vezzo tipicamente italiano: «Perché siamo un Paese cafone e provinciale - taglia corto l'urbanista - e il nostro patrimonio culturale è solo teorico, dal momento che viene sistematicamente sottomesso all'architettura internazionalista. Di questo passo però le città si somiglieranno tutte e perderanno la loro identità». Una corsa all'omologazione che rischia di far smarrire o dimenticare il compito sociale dell'architettura, che consiste «nel far crescere ordinatamente una città, riallacciandosi alla sua logica interna, in chiave storicistica». A maggior ragione quando una città è storicamente complessa come Napoli: «È stato e sarà sempre il laboratorio perenne della nostra formazione: Napoli è una città formidabile, che però si è smarrita in maniera temo irrimediabile. Anche questa separazione netta che viene praticata tra beni culturali e città moderna è un errore, perché non si può prescindere da un ragionamento unico sulla bellezza, se si ha a cuore il futuro della città. Ma d'altra parte lo spazio d'intervento per gli architetti bravi a Napoli è del tutto interdetto. È dai tempi della Mostra d'Oltremare, in epoca fascista, che sono tenuti fuori dalla costruzione della città, mentre si continua ad avallare un'architettura fatta di gesti». Un modello progettuale che però ha il sapore dell'effimero, mutabile come le mode del momento. All'opposto, Siola preferisce continuare a parlare, con ostinazione e passione, di «pigrizia dell'architettura», intesa come «immutabilità e permanenza delle forme nel tempo» che ha senso «quando esprime la capacità dell'architettura di entrare in una forma dialettica con la realtà d'oggi». Un elogio della pigrizia che è dunque anche un richiamo alla tradizione, perché «non si può pensare a nessun progetto che non sia in rapporto con la tradizione». E perché, ancora una volta, l'architetto non inventa forme, ponendosi fuori dalla Storia, ma progetta il benessere degli uomini.