«I grattacieli in realtà non sono un buon investimento. Un modello positivo di cambiamento non è visibile a Manhattan né a Berlino, ma a Barcellona» «L'opinione pubblica può correggere gli errori urbanistici, purché agisca in modo propositivo» Parla Joseph Rykwert, uno dei massimi storici dell'architettura: «Non solo il terziario, anche l'industria fa bene alle metropoli» La città moderna è una città di contraddizioni; ospita molti gruppi etnici, molte culture e classi, molte religioni. Questa città moderna è troppo frammentata, troppo piena di contrasti e conflittualità; non può avere una sola faccia, deve per forza averne molte». Joseph Rykwert, nella sua ultima opera, La seduzione del luogo. Stona e futuro della città (Einaudi, pp. 366, euro 26) torna a interrogarsi sulla storia, sull'identità e sul destino della città. Professor Rykwert, molte città europee stanno attraversando crisi profonde accompagnate da grandi cambiamenti urbanistici. Torino è un esempio eclatante. Sta finendo la città industriale, ma non si in travede un futuro chiaro. L'era manifatturiera lascerà spazio a città di servizi, incentrate sul terziario avanzato? «Non credo che l'avvenire delle città stia nel terziario. Se manca la produzione, la città si estingue. Forse questa sarà la sorte di Torino. O forse no, perché Torino ha la chance di diventare un grande centro dell'elettronica, come è successo per Cambridge. In Inghilterra la politica della Thatcher ha esaltato il terziario e cercato di sopprimere l'industria. Oggi la mancanza dell indùstria sta cominciando a farsi sentire e stiamo entrando in u-na preoccupante crisi. Tuttavia, noto un cambiamento nell'atteggiamento delle autorità locali in tutto il mondo sul versante del recupero urbano». Ovvero il riuso delle aree industriali dismesse... "Già. Ricordo due studenti italiani sbarcati a Filadelfia, circa quindici anni fa, per uno studio sul riuso delle strutture industriali nelle città americane. Andarono in municipio e i funzionari li guardarono come dei matti, perché non esisteva una politica per il recupero delle aree dismesse (i cosiddetti brown si-tes). La città si limitava ad abbandonare quelle aree, a lasciarle vuote. Le cose sono cambiate radicalmente e se uno va oggi a Filadelfia, come in qualsiasi altra città, potrà accorgersi di come sia stata attivata una politica anche aggressiva del riuso delle vecchie strutture industriali. La città vuole tornare a controllare quei luoghi, trasformandoli in ambienti più o meno abitabili, in aree idonee ad accogliere industrie minori». Perché lei è cosi critico nei confronti delle Docklands londinesi? «Le Docklands sono come il Pudong di Shan ghai, aree sviluppatesi senza nessun controllo. Nei due casi troviamo un ampio raggruppamento di edifici molto alti. Sono un'emulazione del modello Manhattan. Ma i grattacieli non rendono quello che si crede. L'Empire State Building è stato costruito nel '29 e non ha prodotto nessun profitto fino al 1950. Le due torri di New York non hanno aggiunto niente di positivo al tessuto urbano, rappresentavano solo il trionfo del potere monetario. Nelle Docklands hanno fatto bancarotta per ben due volte. C'è un pregiudizio che bisogna combattere. Quello che crede che gli speculatori edilizi operino in maniera razionale, costruendo per realizzare profitti. Non è vero. Loro costruiscono grandi edifici come se fossero dei monumenti. E' gente assolutamente irrazionale». La città, lei ci insegna, non è solo come un assemblaggio di unità abitative ben progettate. Per questo l'architettura ha più a che vedere con la metafora, che non con l'estetica? «Studiando la città romana, da sempre portata ad esempio di ordine razionale, in quanto ispirata al modello dell'accampamento militare, il castrum, mi resi conto come quell'immagine fosse fuorviante. Era l'accampamento militare a essere basato sulla città. Come la città, anche l'accampamento poteva essere occupato solo dopo un'elaborata serie di cerimonie finalizzate a spiegarne la forma ai futuri abitanti. La città non è il risultato di forze impersonali, ma un artefatto voluto, un costrutto umano sul quale influiscono molti fattori consci e inconsci, sentimenti e desideri. Qualsiasi atto legato alla pianificazione e all'edilizia urbana è inevitabilmente un atto politico. Per questo motivo tutti i costruttori e gli urbanisti devono essere responsabili dei loro atti di fronte al pubblico. Non è di inebriamento e di magniloquenza che abbiamo bisogno, ma di sobrietà ed efficacia. Costruire è un fatto politico, non un fatto privato. E quindi è un fatto metaforico, perché chi costruisce vuoi dire delle cose». Questo non chiama in causa la responsabilità degli architetti? «Il nostro dovere nei confronti della società consiste nel consigliare al committente di non fare cretinate, di non fare cose che possano nuocere alla città. Una città che ammiro moltissimo è Barcellona, che ha approfittato delle Olimpiadi per modernizzarsi e l'ha fatto in modo eccellente, pulendo il centro e monumentalizzando i sobborghi. Chi, invece, ha lavorato in quella bolgia che è la nuova Berlino, intomo a Potsdamer Platz, ha fatto cose piuttosto tristi. Un'idea che ha molto danneggiato l'architettura è la convinzione che la nostra professione abbia a che fare con l'estetica. Non esiste un lato e-stetìco. L'estetica è la relazione che sussiste tra un edificio e la persona che vi passa davanti. Quello che l'architetto fa non è l'estetica, ma l'organizzazione formale dell'edificio. Quello che manca a noi architetti è un discorso razionale sulla forma. La forma della città non è oggetto di forze impersonali e la sua struttura materiale non è un semplice problema di gusto o di estetica. L'edilizia non è riducibile a una semplice sommatoria di caratteri funzionali ed estetici, ma deve essere considerata una rappresentazione dei valori di una società e del suo sistema di funzionamento. Oggi la costruzione dei grandi edifici è in mano ai "design professionals", i professionisti del design, che lavorano in grandi studi che trattano opere per un valore di molti milioni. In questo contesto l'architetto non è più colui che può consigliare al cliente di abbandonare o modificare un progetto che gli sembra andare contro il pubblico interesse o magari contro gli interessi del cliente stesso. Non contribuisce più all'elaborazione delle forme dei volumi dell'edificio, ma il suo ruolo è limitato alla consulenza per i rivestimenti delle su-perfici». E ancora possibile essere "cives" nelle città contemporanee? «Non so cosa succederà, ma so quali sono oggi le nostre responsabilità dentro alla citta. Possiamo esercitare delle pressioni. Guardiamo alle pressioni sulla qualità del cibo! Esistono numerosi esempi di azioni comunitarie contro abusi pubblici o privati. Una pressione dal basso, che richiede tempo, ma che risulta efficace. La pubblica opinione, se ben organizzata, è in grado di correggere grossolani errori burocratici in campo urbanistico. Il problema è che nei contesti urbani l'azione delle ong è essenzialmente oppositiva. Bisogna che questi gruppi si spostino dalla protesta al progetto». --------------------------------------- Joseph Rykwert Inglese di origine polacca, professore emerito all'Università della Pennsylvania, Joseph Rykwert è uno dei massimi storici dell'architettura. Prima che negli Usa, aveva insegnato a Cambridge e all'Università di Essex, in Inghilterra, dove aveva istituito il primo corso di Storia e teoria dell'architettura. Da quando studente, incontrò Le Corbusier, si occupa del contributo dell'architetto alla città. Ha vinto il Premio Zevi alla Biennale di Architettura di Venezia. È autore di molti libri fondamentali, tra i quali citiamo «La casa di Adamo in Paradiso» e «L'idea di città».
Avvenire
27 Aprile 2004
Più sobrietà per la città del futuro
EM
Emanuele Rebuffini
Avvenire
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Bene culturale
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