Dopo mesi di attese e di segnali contrastanti, giovedì scorso si sono finalmente aperte le attività dell'Istituto italiano di cultura di Parigi per il nuovo anno. La serata inaugurale ha proposto "Le ciel et le sang", dialogo in un atto di René de Ceccatty. E' la prima tappa del ciclo dedicato al "Barocco": si continua, poi, fino alla fine di maggio con due spettacoli di danza e un concerto, accompagnati da quattro conferenze. La pièce, composta in qualche settimana dal traduttore e redattore delle pagine culturali di "Le Monde", mette in scena una conversazione immaginaria fra due personalità tanto diverse del XVII secolo come la pittrice Artemisia Gentileschi e l'astonomo Galileo Galilei. Il testo si struttura attorno alla rievocazione dei due processi subiti da Artemisia e da Galileo: un processo per stupro, il primo; per aver proclamato dottrine eretiche sul sistema solare, il secondo. Le voci dei due interpreti si alternano sulla scena, anche se sono i dettagli drammatici della vita della pittrice a dominare l'intreccio. Jean Sorel, attore francese che è recentemente apparso in alcuni film italiani come "Il Burbero" di Castellano e Pipolo e "Miliardi" di Carlo Vanzina, ha letto le missive ipotetiche di Galileo alla pittrice esule a Londra. Artemisia Gentileschi aveva invece il volto di Adriana Asti. Interprete versatile di teatro e di cinema (si ricordi il recente successo della "Meglio gioventù"), la Asti è anche la moglie del regista dello spettacolo, Giorgio Ferrara. Che è, a sua volta, il neo-direttore dell'Istituto italiano di cultura. E il fratello del direttore de "Il Foglio", Giuliano Ferrara. Ma del poco originale seguito di questi legami di filiazione la stampa e il mondo della cultura, soprattutto francese, discute preoccupata già da alcuni mesi. Usando termini come «berlusconizzazione» o «pericolo» per la cultura italiana all'estero. I primi interventi di Ferrara direttore non hanno certo contribuito a fugare i dubbi e smentire le malelingue. Giunto ai primi di novembre nell'ufficio che fu di Tayllerand ministro degli esteri di Napoleone, Giorgio Ferrara ha cominciato con il criticare la gestione del suo predecessore Guido Davico Bonino, francesista e storico del teatro all'Università di Torino, defilatosi a metà incarico per incompatibilità con un governo di cui, ha dichiarato, «non condivido una virgola». Dunque, svolta radicale rispetto alla politica di Davico, segnata da conferenze, dibattiti, lezioni ed esposizioni sulla letteratura, la storia, la musica italiane. Giorgio Ferrara ha cominciato con la soppressione dei corsi di lingua, con 800 studenti già iscritti fino alla fine dell'anno, costretti a cercare scuole private. A nulla è valsa la protesta dei professori, né le perplessità espresse dalle autorità e dalla stampa francesi. E, mentre le voci si moltiplicavano anche sulla sorte della biblioteca Italo Calvino (minacciata, insieme al suo fondo di 40mila volumi, di trasformarsi in una cucina), del programma del nuovo anno non c'era ancora nessuna traccia. Finalmente, alla fine di febbraio, Ferrara ha convocato per la prima volta la stampa (solo italiana) per metterla a parte dei suoi progetti sulla nuova era dell'Istituto italiano di cultura. Non più un programma, ma una «stagione», come il neo-direttore non si stanca di ripetere. «Io non sono un professore, sono un regista. Questa città è piena di università importanti», ha ribadito anche giovedì sera per l'inaugurazione. «Io voglio fare qualcosa di diverso. Trasmettere la cultura italiana in modo meno»: fa una pausa, esita ammiccante. Quindi non si trattiene: «Meno noioso». Così Ferrara ha giustificato la costruzione di un teatrino con finte colonne e stucchi dorati che ormai nasconde completamente il bel salone Settecentesco perla dell'Hôtel de Gallifet, il palazzo che ospita l'Istituto. Nella sala accanto, adibita tradizionalmente a mostre e esposizioni, è stato allestito un passaggio boschivo in cartapesta, immagine degli apparati scenici del barocco italiano, che lo spettatore deve attraversare per raggiungere il suo posto. Posto che, rompendo ancora una volta con la paludata tradizione degli Istituti italiani di cultura, Ferrara ha voluto a pagamento.