Terminato il restauro di uno dei capolavori di Andrea Mantegna (1431-1506), la Pala di San Zeno, che per 2 anni è stata in 'cura' nei laboratori dell'Opificio delle Pietre Dure. A due anni esatti dall'inizio del restauro, il completamento del delicato intervento sarà illustrato alla stampa internazionale a Firenze mercoledì 29 aprile, con una conferenza alle ore 11, che sarà aperta da Isabella Lapi Ballerini, soprintendente dell'Opificio delle Pietre Dure. Il restauro è stato commissionato all'Opificio dalla Soprintendenza per i Beni storico-artistici di Verona, Rovigo e Vicenza, dal Comune di Verona e dal Museo di Castelvecchio. La ricollocazione dell'opera nella Basilica di San Zeno Maggiore a Verona è programmata per il 21 maggio, in occasione della festa del santo patrono, a 550 anni dalla realizzazione dell'opera d'arte. Il restauro della Pala di San Zeno si è reso necessario perchè il capolavoro presentava seri problemi di tipo conservativo, sia sulla superficie pittorica che sul supporto ligneo e sulla cornice, queste ultime mai trattate prima d'ora. Problemi dovuti essenzialmente a tre fattori: il naturale invecchiamento dell'opera in rapporto alle condizioni ambientali, i precedenti restauri e l'errato rimontaggio della struttura, conseguente ai numerosi spostamenti della pala nel corso dei secoli. La monumentale Pala di San Zeno (cm 480 x 450) è l'ultima opera dipinta da Mantegna a Padova prima del suo trasferimento a Mantova. Selezionata da Napoleone per il Museo del Louvre, la Pala di San Zeno arrivò a Parigi nel 1798. Nel 1806 i due scomparti esterni della predella, raffiguranti la Preghiera nell'orto e la Risurrezione furono inviati al Musee des Beaux-Arts di Tours (dove ancora si trovano), in 'cambiò di due importantissime tele dell'artista: il Parnaso e Minerva caccia i vizi dal giardino delle Virtù, provenienti dallo studiolo mantovano di Isabella d'Este Gonzaga. L'elemento centrale con la Crocifissione rimase invece al Louvre. La pala fu restituita a Verona nel 1815 priva della predella, sostituita da copie di Paolino Caliari. Raggi infrarossi, fluorescenza, radiografie: sono stati questi i primi 'esami' a cui è stata sottoposta l'opera del Mantegna al suo arrivo all'Opificio fiorentino. I raggi infrarossi e le altre indagini non invasive sono servite non solo per 'vedere i punti critici della Pala, con le cadute di colore piuttosto estese, ma anche per accertare l'esistenza di disegni preparatori sotto la pittura. La campagna fotografica, eseguita ad altissima risoluzione, a luce radente e a varie lunghezze d'onda, ha permesso di comprendere più a fondo i problemi conservativi dell'opera che riguardavano sia la superficie pittorica che il supporto ligneo e la cornice.