Salvatore Settis è uno degli intellettuali che più si è battuto contro la svendita del patrimonio culturale Salvatore Settis è uno degli intellettuali che più si è battuto contro la svendita del patrimonio culturale programmata dall'attuale governo. Il suo libro "Italia S. p. A. L'assalto al patrimonio culturale" (Einaudi pp. 150 euro 9) può essere considerato un vero e proprio punto di riferimento per chiunque non intenda cedere sul fronte della tutela del patrimonio ambientale e artistico del nostro paese. Lo abbiamo intervistato per fare con lui il punto della situazione e per parlare anche del suo ultimo libro "Futuro del classico" (Einaudi pp. 127 euro 7). Professore, il governo ha manifestato da tempo l'intenzione di mettere in vendita quelli che possono essere definiti i "tesori d'Italia". Qual è attualmente la situazione e come si può ostacolare questa deriva? Si può ostacolare in un solo modo: con un fortissimo movimento di opinione pubblica. E' l'unica maniera perché la speranza che le cose vadano a posto per conto loro secondo me non c'è. Devo dire che nel codice Urbani, rispetto agli allarmi dei primissimi tempi, le cose sono meno gravi di come sembrava potessero essere. Di questo io sono contento: rispetto a come era stato scritto nei primi tempi, c'è la rinuncia all'idea di limitare la definizione di bene culturale a ciò che è di particolare interesse. In questo caso si sarebbe salvato il Colosseo, si sarebbero salvate le cose più importanti, ma tutto il resto avrebbe perduto lo statuto di beni culturali e come tale non sarebbe stato più difendibile. Invece, per fortuna, questa cosa, che sarebbe stata la più dannosa, non è accaduta. E cioè è rimasta la definizione di "beni culturali" che c'era prima. Che cosa resta di allarmante professore? Va segnalato che nel codice all'ultimo momento, per il volere di Tremonti, hanno aggiunto questa maledetta norma del silenzio-assenso: la sera del 15 gennaio non c'era e invece la mattina il Consiglio dei Ministri l'ha inserita. Questa norma è una perversione perché trasforma in una confessione di "non importanza culturale" di un bene quello che è soltanto un ritardo nella risposta perché le sovraintendenze sono completamente prive di personale. Questo rende l'intero meccanismo molto ambiguo. Per il momento non sono ancora a conoscenza di fatti irreparabili, però andando avanti su questa strada si fa presto ad immaginare che succedano. Come valuta l'opposizione della sinistra su queste tematiche? La mia opinione è che le forze politiche di opposizione si siano comportate in modo sconnesso. Su questo io ho un punto di vista molto netto. In particolare ho trovato molto deludente il comportante di tutta la sinistra, senza alcuna eccezione, che non ha condotto una battaglia sensata. Ha fatto un'opposizione che sembrava più essere di principio, come dire "visto che lo fa questo governo deve essere sbagliato", e invece si deve entrare nel merito. Naturalmente le eccezioni non mancano, ma molto spesso i deputati della sinistra hanno fatto un'opposizione purtroppo assai generica, che, di fronte a uno come me che ragiona sulle cose, non si presenta come plausibile. Io credo che dobbiamo ragionare sulle cose, spiegare perché una cosa non va bene e l'altra va bene. L'altro argomento che molti a sinistra hanno adoperato, e cioè che non c'era alcun bisogno di un nuovo codice, è del tutto inconsistente. Di una nuova normativa sui beni culturali c'era assoluto bisogno come conseguenza della modifica all'articolo quinto della Costituzione (relativo ai nuovi poteri dati alle regioni ndr) voluta praticamente dal governo di centro-sinistra. Una volta che il rapporto tra Stato e regioni si è profondamente modificato per via del nuovo titolo quinto, bisognava fare qualcosa, non c'è dubbio. Si poteva fare in questo modo, o si poteva fare infinitamente meglio, però dire che non bisognava fare proprio niente dimostra una superficialità di giudizio che trovo abbastanza sconcertante. Si sono mosse molti di più le associazioni, come il Fai o Italia Nostra... Certo, e lì ho trovato per fortuna capacità, intelligenza politica e la voglia di studiare le cose. Perché il punto essenziale è che uno deve avere voglia di perdere un po' di tempo per capire. Veniamo ora al suo ultimo libro "Futuro del classico", dove lei sostiene che di cultura classica si parla con superficialità e che i termini classici vengono invece utilizzati strumentalmente per far prevalere la cultura occidentale sulle altre... Io penso che quando parliamo di classico l'errore maggiore che possiamo fare è dare per scontato che sappiamo di che cosa si tratta. Non esiste un'oggetto classico immutabile, definito una volta per tutte, esiste invece una prova storica, e ho cercato di fare qualche esempio in questo libro, che ogni età, quasi ogni persona, si inventa il classico che gli fa comodo. Il problema è: qual è il classico che noi vogliamo oggi? Se in un momento in cui, tra l'altro, la cultura classica e gli studi classici nelle scuole attraversano una crisi profonda, noi andiamo a trincerarci dietro una concezione del classico come modello perpetuo ed immutabile, ci facciamo fautori di una concezione molto polverosa che non dice nulla agli uomini di oggi. Se invece andiamo a guardare un'altra concezione del classico, che storicamente si è manifestata varie volte, secondo cui il classico è il luogo dell'alterità, il luogo in cui si riconosce l'altro da sé, si riconosce qualche cosa che ci appartiene, che è la nostra tradizione, e contemporaneamente non ci appartiene e che è molto diverso da noi, allora questa concezione, più dinamica, più completa, più elaborata, può essere una base di partenza per un compito urgente del mondo di oggi, che è quello di capire gli altri, e gli altri che sono a noi contemporanei, non gli altri di 3000 anni fa. E l'esercizio mentale per capire un bretone del quinto secolo avanti Cristo e per capire un cinese di oggi sono molto diversi l'uno dall'altro ma hanno tra loro una stretta affinità. Ragionando su questa affinità che secondo me gli studi classici possono avere una ulteriore legittimazione e un nuovo senso. E' questo il punto di riflessione che ho cercato di proporre in questo libro. Sarebbe urgente pensare in questo modo e tuttavia ne siamo ancora molto lontani... Sarebbe urgente, è vero che non è il modo più generalizzato, però è anche vero che dobbiamo cominciare a dirci che sarebbe più giusto pensare in quel modo, non soltanto per parlare di studi classici, ma soprattutto per dare un senso al mondo contemporaneo usando al meglio gli strumenti che il passato ci ha consegnato.
Allarme beni culturali. Intervista a Salvatore Settis
Salvatore Settis, intellettuale e storico dell'arte, si è espresso contro la vendita del patrimonio culturale italiano programmata dal governo. Nel suo libro "Italia S. p. A. L'assalto al patrimonio culturale", ha denunciato la minaccia alla tutela del patrimonio ambientale e artistico del paese. Settis ha anche criticato l'opposizione della sinistra, che secondo lui non ha condotto una battaglia sensata contro la deriva. Nel suo ultimo libro "Futuro del classico", ha sostenuto che la cultura classica non è un concetto immutabile, ma piuttosto una prova storica che ogni età e ogni persona si inventa.
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