MILANO Con un pugno in faccia e una pacca sulle spalle il Financial Times mette Milano davanti ai suoi cronici difetti, « Europe's Cinderella », titola nella pagina che introduce alle meraviglie del design che da una settimana fa sembrare questa città la capitale del mondo creativo: Cenerentola d'Europa, il peggio del peggio per lo smog, i trasporti, il verde, l'urbanistica, e per fortuna che non ha ricordato la nevicata e buche nelle strade, altrimenti sarebbe stata un'orazione funebre. Niente di nuovo, se vogliamo, o di diverso dalle quotidiane lamentazioni che si sentono in giro, dalle tante voci di chi-non-ne-può-più per l'eccesso di disordine e il caos urbano che ha rotto l'antico incantesimo degli spazi civili ordinati e la puntualità dei servizi pubblici, per esempio, provocando una perdita di qualità della vita che diventa periodico oggetto di rimpianto e di critica verso i poteri pubblici e privati che hanno guidato la trasformazione degli ultimi vent'anni. Ma dietro questa ruvida strattonata stavolta non c'è la coltellata maligna di altre occasioni, non c'è la cattiveria del kappaò; il Financial Times si chiede, e domanda a chi governa Milano, come mai la capitale del design, della moda e dei percorsi multimediali, la città che ha tutto per essere impaginata nei libri di Richard Florida sulla classe creativa, si è ridotta così: un concentrato infernale di disfunzioni e di programmazioni mancate, un groviglio di progetti falliti o realizzati solo in parte. Così l'autore dell'articolo invece della corda per l'impiccato offre un gancio per appendere qualche speranza: c'è l'Expo in arrivo, ci sono grandi progetti in corso, stanno per aprire i nuovi cantieri di strade e metropolitane, c'è l'occasione per uscire dal tunnel del grigiore e della mediocrità. Milano può diventare una vera capitale dello stile. Come Lisbona. Lione. Barcellona. Una città moderna, europea, sostenibile. Una capitale della cultura all'altezza dei talenti che l'estero ci invidia. Il Financial Times cita solo i più noti, Prada, Armani, Versace. Ma basta girare nelle strade e nei quartieri stravolti dalla movida del Salone del mobile e sui nomi c'è l'imbarazzo della scelta. Milano è internazionale e popolare: un gioco di squadra corale amalgama mondi diversi e diffonde un contagio positivo. La città è più bella, più viva. E questo sorprende i giornali stranieri. Forse si può baciare il rospo, e farlo diventare una principessa. È difficile definirsi nei contrasti. Milano riesce ad essere vivace e smarrita, veloce e incline alla paralisi. Ha i migliori ospedali d'Europa, università eccellenti, musei famosi, teatri d'avanguardia, progetta centri di ricerca, esporta progetti di qualità ma poi risulta pessima nei servizi, la sua aria «fa schifo, è la peggiore del mondo», scrive il Financial Times. E poi è in grave ritardo con le barriere architettoniche e la mobilità ecologica, le strade non sono curate e piazza Duomo si specchia da anni nel degrado e nelle sistemazioni mancate. Manca una regia, dice la critica. Non c'è personalità, spiega il grafico Bob Noorda, che il New York Times elogia con Franco Albini tra i maestri del design. «Milano è davvero in coda alle classifiche, dieci anni fa ha perso l'autobus per quella svolta che si chiama vivibilità », dice il sociologo Guido Martinotti. È diventata davvero, come scrive il Financial Times, una « bad city », una città brutta e cattiva? «I problemi ci sono, ma bisogna evitare certe retoriche», avverte Sandra Bonfiglioli, urbanista del Politecnico. «Certe pagelle sono un po' scontate, Milano resta una città attraversata da tante risorse che attendono una leva in grado di resuscitare un po' di entusiasmo. Questa leva può essere l'Expo: accettiamola, la sfida. Rinunciare sarebbe una perdita mondiale d'immagine ». L'immagine però l'Expo se la sta giocando sui tempi: si è perso inutilmente un anno. Vittorio Gregotti, progettista del quartiere Bicocca, ha lanciato una provocazione: meglio rinunciare, per evitare brutte figure. Si intravede qualche fibrillazione, sotto il malcelato senso di stanchezza. Nei circoli si discute, un dibattito sulla cultura innesca interventi a valanga sul Corriere. «Milano deve rimuovere un blocco psicologico e tornare a pensare in grande», dice Cino Zucchi, esperto di architettura urbana. «Gli stranieri vengono qui a studiare Giò Ponti, Magistretti, Gardella, Albini, Caccia Dominioni e si chiedono come mai, con questo ben di Dio, la città non decolla nella qualità urbana ». «Ci vorrebbero cento Saloni del Mobile», dice l'assessore all'Urbanistica Carlo Masseroli. «I progetti ci sono, ma non sono solo i grattacieli di Liebeskind a City Life o le torri di Garibaldi Repubblica. La sfida urbanistica di Milano oggi è la libertà nella responsabilità, vogliamo togliere i vincoli che per cinquant'anni hanno bloccato lo sviluppo e non hanno evitato l'usurpazione del territorio. Noi vogliamo far vivere i progetti e creare la cornice di collegamenti per non essere più una Cenerentola europea ». Ma forse c'è solo da rimboccarsi le maniche e lanciare la sfida della qualità. Senza voltarsi troppo indietro, «tenendo il fiato sul collo a chi deve decidere», dicono gli urbanisti. Servono gruppi di pressione per una migliore qualità urbana. Ma questo non lo dice il Financial Times. Lo dicono quelli che remano sempre, i milanesi che non si arrendono.
MILANO - Milano Cenerentola d'Europa Ma gli urbanisti la difendono
Il Financial Times critica Milano per i suoi difetti, come lo smog, i trasporti, il verde e l'urbanistica. La città è considerata una "Cenerentola d'Europa" e il suo governo è accusato di non aver fatto abbastanza per migliorare la qualità della vita dei suoi abitanti. Tuttavia, l'autore dell'articolo offre una speranza: l'arrivo dell'Expo e i grandi progetti in corso possono aiutare a risolvere i problemi e a rendere Milano una vera capitale dello stile. Il Financial Times cita anche i nomi di alcuni progettisti e designer che hanno contribuito al design della città, come Prada, Armani e Versace.
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