Ristrutturazione o chiusura? È un pendolo che oscilla tra questi due termini - e i ben diversi scenari cui rinviano - il futuro del Goethe Institut di Napoli. Ma di sicuro c'è una cosa: la vita del prestigiosissimo centro studi di cultura tedesca è di nuovo a rischio, e ben più di quanto lo fosse otto anni fa. Mentre allora, per indurre il ministero degli Esteri della Germania a rivedere la sua scelta di taglio di finanziamenti, risultò efficace una mobilitazione massiccia di germanisti e intellettuali di varie parti del Mezzogiorno, stavolta potrebbe essere vicino l'epilogo. Motivo: i fondi stanziati per gli istituti tedeschi di cultura all'estero sono stati drasticamente e definitivamente ridotti. In Italia ne restano attivi sette - oltre che a Napoli, a Milano, Torino, Genova, Trieste, Roma, Palermo - e rischiano di ricevere pochissimi fondi dopo l'ingresso in Europa di altri dieci Paesi quasi tutti dell'Est, più interessanti dell'Italia per le nuove strategie culturali. Sempre più coniugate, in Germania come del resto da noi, all'obiettivo di sbocchi di mercato redditizi. Così l'istituto di cultura, attivo a Napoli dal 1961, con un'intensa sinergia con l'Istituto italiano per gli Studi filosofici di Gerardo Marotta e con un'identità da presidio di scambi culturali, è rimasto a secco. Solo per un altro paio di mesi potrà pagare l'affitto di 8mila euro mensili per la sede attigua a Villa Pignatelli, perché in cassa di fondi da destinare alla gestione non ce n'è più. Figuriamoci per finanziare le attività del «Goethe», che fanno capo a quattro settori: i corsi di lingue, seguiti da studenti di varie parti del Mezzogiorno; le mostre, i convegni, i dibattiti, i cicli teatrali e cinematografici; la biblioteca specializzata, ricca di 9000 titoli tra cui testi filosofici, letterari, sul Grand Tour e l'Olocausto; il lavoro di coordinamento e certificazione delle scuole di lingua tedesca dell'intera area meridionale. Un lavoro, fin qui, risultato utile all'intero comparto delle regioni del Sud, inclusa la Sicilia, dove il «Goethe» palermitano ha già subìto un drastico ridimensionamento. Non c'è bisogno di mettere in campo l'immagine dei grandi viaggiatori tedeschi in Italia e nel Mezzogiorno, non per caso simboleggiata dall'autore del «Viaggio» più famoso di tutti che dà il nome all'istituto in questione, per evocare una sgradevole sensazione: quella, cioé, dell'intensificarsi di presenze culturali a rischio di affievolimento a Napoli. L'Istituto italiano per gli Studi filosofici di Gerardo Marotta prima, il «Goethe» poi. Con essi, appare messo a repentaglio quel circuito culturale privilegiato tra la Germania e Napoli attestato da un'infinità di fili comuni lanciati di lì e ritessuti qui: dall'hegelismo ottocentesco agli studi di ermeneutica del grande Hans Georg Gadamer, che proprio al «Goethe» incontrò per la prima volta Marotta e avviò così la sua quasi ventennale collaborazione con l'Istituto italiano per gli Studi filosofici, per la cui sorte è con il fiato sospeso chiunque abbia a cuore la cultura a Napoli. A temere che per il «Goethe» i giochi siano già fatti, e che prima dell'estate si debba lasciare la sede di palazzo Ruffo della Scaletta, è il suo genius loci Christine Bethe, che svolge da 25 anni un lavoro molto più che di segreteria. Al momento del trasloco la biblioteca, amorevolmente curata dal competentissimo Franco Filice, verrà smembrata in varie strutture cittadine. Ma il direttore Herwig Kempf, alla guida del «Goethe» da due anni, singolarmente preferisce parlare di «ristrutturazione» piuttosto che di chiusura. «L'istituto di Napoli forse diventerà più piccolo ma la sede dovrebbe essere mantenuta» dice. «La biblioteca sarà trasformata in centro d'informazione e forse avrà la metà dei libri». Per ora, si aspettano notizie dal Comune: l'assessora Rachele Furfaro sta indagando per individuare nella stessa zona una sede di proprietà del Comune, che sarebbe disposta a concedere al «Goethe» gratuitamente. Basterà per risollevare l'istituto?