Passeggiata nella Roma in svendita tra palazzi con viste mozzafiato Quanto vale il centro del mondo? Perché il palazzo che sta al 35 di piazza di Spaglia con ingresso anche al 3 di piazza Mignanelli, accanto alla scalinata della Trinità dei Monti, davanti alla Barcaccia, vicino alla colonna con la statua della Madonna, dirimpetto a via Condoni, è il centro del mondo. Appartiene all'Inail e lo Stato lo vuole vendere, fa parte della lista di proprietà da cartolarizzare. Cartolarizzeranno un posto da cartoline. Ora, un aspetto comico di tutta la faccenda delle dismissioni dei beni immobiliari statali è: qual è il valore di mercato del centro del mondo? Cinquanta miliardi di vecchie lire? Cento? Boh. mille? Il piano terra del palazzo, primi del Novecento, è una specie di galleria commerciale con negozi di firme del prèt-à-porter, i turisti entrano, arrivano fino al cortile, alzano la lesta come se stessero davanti a un grattacielo di New York, cercano meraviglie architettoniche e vedono finestre di uffici, sedi bancarie, studi, show-room: una specie di piccola città moderna in mezzo alla ciltà barocca. Adesso chi comprerà? Chissà, i luoghi potrebbero far gola a qualche catena di ristorazione paninara. Per impiantarci deniro delle gigantesche fritture di palatine e piazzare sulla tacciala dirimpetto alla Barcaccia l'enorme insegna luminosa d'un tubetto di ketchup spremuto. Così quando arriva il Papa per il giorno dell'Immacolata Concezione, si vede il tubetto in mondovisione. Piazza di Spagna 35 fa parte di una delle tante liste di dismissioni che lo Stato vuole fare a Roma per raggranellare un po' di quatlrini: ex caserme, ex conventi, terreni archeologici, lorri saracene sulle cosie. interi stabili del veniennio fascista, "pezzi" oitocenieschi come palazzo Blumensthil, che sta proprio sul Lungotevere, di modo che un riccone giapponese possa un giorno guardare scorrere il biondo fiume direttamente dal suo letto a quattro piazze. Alla prossima macellazione dei beni statali, ossia della proprietà pubblica di tutti gli italiani, è destinato anche il Palazzo della Zecca all'Esquilino. inaugurata nel 1908 da Vittorio Emanuele III che lì ha battuto la moneta del Regno d'Italia. Un Palazzo tutto stucchi abbastanza importante da essere stato inserito nella lisla di documenti da visitare per lo scorso 'week end di primavera" promosso dal Fondo ambiente italiano. Nel forno crematorio delle dismissioni ci dovrebbe andare anche la sede centrale di piazza Verdi del Poligrafico. Prima si pensava di fcirne un museo e adesso qualcuno parla di una banca cinese. Ci sono i casi da prima pagina fra le quindicimila proprietà che in tre anni dovranno essere vagliate dall'Agenzia del demanio e dai Beni culturali, ma ci sono anche le vendite meno rumorose epperò pericolosissime per la loro capacità di stravolgere la cultura e la tradizione di una città. Per esempio, chi lo comprerà lo stabile del 112 di San Carlo al Corso, davanti alla secentesca basilica dei santi Ambrogio e Carlo? Anche questo è il centro del mondo, lo sapevano bene i socialisti di Craxi: a destra c'è la vecchia sede del partito, a sinistra il Plaza, uno degli alberghi preferiti dal vecchio potere tangentopolitano per Mani pulite. Passeggiare per la Capitale e guardare cosa diavolo vogliono vendersi gli attuali governanti da la misura dei disastri che si rischiano in tutta Italia, anche se non si ha ben chiaro il valore dell'ex convento di Santa Chiara a Cosenza o del comasco monastero delle Agostiniane della santissima Trinità, anch'essi in predicato di cessione. Il varesotto potrà andare a rivedersi il "Palazzo Italia" prima che vada in mano a un privato e il cittadino di Vimercate l'ex casa del fascio, mentre il romano andrà a salutare il vecchio palazzo di via de' Cerchi, già sede dell'anagrafe elettorale. Sta in uno di quei posti che indurrebbero un giapponese a vendersi la spada samurai del nonno pur di andarci a vivere: davanti al Circo Massimo, fra Palatino e Aventino, dirimpetto alla Bocca della Verità, cinquanta metri dal Campidoglio, un semaforo dall'Arco di Giano, poco sopra il Tevere. A Roma, ci sono anche gioiellini più piccolini, non solo per miliardari russi e petrolieri texani. Cose adatte a imbottigliatori di succhi di frutta californiani o ad armieri libanesi: per esempio il palazzo di Colle Oppio, a via Nicola Salvi 68, indirizzo anonimo che nasconde una delle viste più ambite nella storia della civiltà occidentale: il Colosseo letteralmente incombe sulle finestre dello stabile e uno scorcio di Fori Romani dipinge la vista sulla sinistra. Sono in vendita tutti e cinque i piani ottocenteschi, per informazioni telefonare al ministro dell'economia e delle finanze Giulio Tremonti.