Alcuni dei ricoveri tirati su dopo lo tsunami del 28 dicembre 1908 sono ancora in piedi e hanno destato persino linteresse della Sovrintendenza alle Belle arti. Ma la gente ci abita ancora Molte famiglie hanno continuato a vivere lì, di padre in figlio, in abitazioni sempre più misere e cadenti. Come racconta Orazio Andronaco, classe 1935, che ci è nato Il tetto è un velo sudicio, fatto di latta. Sotto la sua ruggine una mezzaluna ne rivela la provenienza, sulla collina più alta della città la portarono i marinai di un piroscafo che era salpato dal Bosforo con rotta su Messina terremotata. Coperta da un secolo di polvere, la latta turca è ancora sopra la testa di Orazio. A ogni colpo di vento sbatte e fa un rumore cattivo che a lui però non mette più paura. È da troppo tempo che il vecchio è sepolto vivo. Una vita è finita lì dentro, rotolata in questa tana dove gatti famelici inseguono i sorci e dove la muffa non si stacca più dal cartone e dallanima di Orazio Giuseppe Andronaco, figlio di un pecoraio, cittadino italiano nato in una baracca a Messina il 21 agosto del 1935 e residente oggi in una baracca a Messina in viale dellAnnunziata numero 150 barra A. Le stradine e i vicoli che si intrecciano in un labirinto sono diciotto, ma si chiamano tutti con quel nome: viale dellAnnunziata numero 150 barra A. Tanto un budello fa schifo come un altro budello, tutto è spaventosamente uguale qua sopra allAnnunziata. Le baracche sono quarantotto. Quella di Orazio è proprio là in mezzo, nascosta nello sconcio di unItalia che ha per vista la punta dellisola dove fantasticano sul Ponte. Orazio ricorda, Orazio racconta: «Per me questa è una casa per cani ma è pur sempre la mia casa, quella dove ho trovato riparo per quarantasette anni e dove sono nati i miei dieci figli: Andronaco Placido, Andronaco Antonio, Andronaco Simone, Andronaco Santino, Andronaco Tindara, Andronaco Rita, Andronaco Pina, Andronaco Anna, Andronaco Lorenzo e Andronaco Angela». Prima stava in una baracca più giù, verso il mare di contrada Paradiso. Poi ha abitato per undici anni in unaltra favela siciliana. È dal 1962 che vive qui. E oramai qui, Orazio è anche sicuro che ci morirà. Trentuno secondi fu lunga la scossa, allalba di quel 28 dicembre 1908 il mare si ritirò e dopo un po si sollevarono tre onde alte dieci metri. Trentuno secondi che durano ancora: durano da cento anni. È il terremoto infinito di Messina. Le baracche sono 3.333, sparse fra il rione Giostra e Fondo Fucile, Camaro e Fondo De Pasquale. Sono quasi diecimila i messinesi che sopravvivono negli anfratti, al buio, al gelo dellinverno e al sole rovente dellestate. Ma quelle "originali", quelle tirate su dagli svizzeri e dai prussiani nei mesi successivi alla distruzione sono soltanto qui allAnnunziata dove sono nati i dieci figli di Orazio e tanti dei suoi nipoti e pronipoti, i cugini, le nuore, i cognati, i parenti dei suoi parenti. Un intreccio di destini, legami familiari, di miserie. Generazione dopo generazione fino allultimo capanno sotto la collina. È ancora in piedi, sembra finto, il disegno a matita di un bambino. Ha perso i suoi colori, il legno è fradicio, il cancello chiuso, la porta sbarrata. È il primo capanno costruito nel maggio del 1909, quando a Messina arrivarono i fondi per le baracche dei terremotati, trenta milioni stanziati dal decreto firmato dal capo del governo Giovanni Giolitti. Fino a una quindicina di anni fa nel capanno ci abitava unanziana sordomuta, la Sovrintentenza avrebbe voluto recintarlo e farlo diventare «bene culturale», un luogo della memoria. Ma poi il nipote dellanziana sordomuta lha «prestato» a Filippo, che lì davanti coltiva il suo piccolo orto. Melanzane, pomodori, cetrioli, menta e rosmarino. Cè anche un nespolo e cè anche un fico. Adesso il capanno è praticamente suo, di Filippo. Ereditato sulla parola, una successione per amicizia. Ogni baracca è un tesoro a Messina. Passa di famiglia in famiglia, di patto in patto. È la catena eterna della povertà. La baracca di Orazio ha due rifugi, nel primo cè il letto e nellaltro un tavolo. Intorno al letto e sopra il tavolo cè tutto il resto. Barattoli, centinaia di barattoli con dentro stracci, medaglie, olive, pillole, orologi. Su un comò sono incastrate madonnine di plastica e bambole, bottiglie, specchi, piatti, galli impagliati, crocifissi, ventilatori, fotografie. Di sua moglie Caterina che non cè più, dei tre figli che ha perso, di Orazio quando aveva trentanni e raccoglieva ferro per le strade della città. Su una parete sono attaccate le corna di una capra, Orazio le ha ridipinte di rosso. Dal tetto sfasciato scola acqua lurida. Il pavimento di calce è spaccato, come le crepe di un terremoto. Cè una grande bombola di ossigeno, ogni tanto Orazio ne ha bisogno per respirare. È malandato, una gamba più corta di tre centimetri che lo fa zoppicare, i polmoni bucati, il cuore impazzito. «Solo Dio è grande», ha scritto con il gesso Orazio sulla porta della sua baracca. Le giornate sono sempre le stesse, anno dopo anno. In primavera Orazio si siede fuori, nel vicolo dove non batte mai il sole, coperto da quelle lamiere sopra linferno dellAnnunziata. In autunno si trascina fra il letto e quel tavolo che è un bazar di paccottiglia. Scarti di vita. È sua nipote Eleonora che gli porta il mangiare, in cambio lui laiuta con qualche euro della pensione dinvalidità. Eleonora Bonasera ha cinquantuno anni, è nonna tre volte e abita nella baracca accanto. Con figli e nipoti. Tutti nati anche loro in baracca. Salvo ha diciotto anni e conosce solo la latta e il cartone dellAnnunziata. Come la sua fidanzatina Sara. Il cesso è fuori, un buco nella terra. Il bagno di tutti è una fontana. Su ogni baracca cè il nome del legittimo o dellillegittimo proprietario. Di solito chi lha occupata prima di un altro: Zoda I., Cannarozzo M., Lombardo E., Sulfaro S. Sopra una lamiera cè ancora il nome di Albano C., Albano Concetta, la donna che per settantanni è stata qui nella baracca più fetente con i suoi quattro gatti neri, gli scarafaggi, i topi, le mosche, le zecche e le zanzare. Sempre a piedi nudi, con addosso sempre la stessa veste. Due mesi fa le hanno dato lalloggio popolare che aspettava da una vita. È morta una novantenne e hanno fatto entrare lei: il "premio" a Concetta nel centesimo anniversario del terremoto. Ma dopo quei settantanni dove allAnnunziata ha visto morire suo padre e anche sua madre, Concetta non sè potuta godere la sua nuova vera casa. Si è sentita male. Lhanno ricoverata in ospedale e da lì non è uscita più. La sua vecchia baracca è stata sventrata e ricostruita in una settimana. Il pavimento è nuovo, di mattoni. Cè una finestra con gli infissi di alluminio anodizzato, ci sono anche i vetri. «Ho fatto tutto io, abito nella baracca accanto e a mia moglie sta nascendo un secondo figlio, avevamo bisogno di allargarci», spiega Angelo Vinci, un altro dei morti vivi dellAnnunziata. I resti della baracca di Concetta sono diventati una montagnetta di detriti, assi di legno spezzate, qualche pezzo di stoffa lercio. È tutto quello che rimane dellesistenza di Albano Concetta dopo settantanni. Ogni baracca ha il suo piccolo cortile, i suoi odori, il suo catalogo di storie. Quella di Orazio profuma di capperi e di cipolle impastate con una fetta di pesce spada - il pranzo che gli serve oggi la nipote Eleonora - e dei ricordi più lontani. Sul suo braccio sinistro cè un tatuaggio: «Rosetta ti amo». Scopre anche il braccio destro, un altro tatuaggio: una donna e un serpente. Sorride Orazio mentre ripercorre la sua malavita attraverso le promesse mai mantenute: «Mi hanno sempre detto minchiate, tutti: dal 1945 al mese scorso. Minchiate, solo minchiate. Io lo so che questa baracca sarà la mia tomba». Orazio aspetta la fine. Abbattuto. Vinto. Lui come tanti altri, come tutti allAnnunziata. «Su quasi diecimila baraccati messinesi soltanto uno o due o al massimo tre allanno riescono ad avere un appartamento, tutti gli uomini politici cercano voti e le capanne non le buttano giù mai, tengono sempre sotto ricatto il popolo delle favelas», denuncia Santino Iannelli, il presidente di «Nuova Zancle 2008», lassociazione che difende i figli e i figli dei figli del terremoto del 1908. Le case le avevano promesse prima della Grande Guerra. Le avevano promesse nel Ventennio. Le avevano promesse nel 45 e ancora nel 65. Le hanno promesse sempre. Dopo i capanni di legno del maggio 1909 sono arrivati quelli costruiti dal Fascismo fra il 1925 e il 1937, più solidi, le pareti più spesse, qualche muro di pietra. Poi la nuova Italia repubblicana ha cominciato a costruire le «case ultrapopolari a uso provvisorio». È passato un altro mezzo secolo. Nel 1990 il presidente della Regione Rino Nicolosi scoprì la vergogna siciliana e il suo governo finanziò - legge numero 10 - «gli interventi per il risanamento delle aree degradate di Messina». Poco più di cinquecento miliardi delle vecchie lire per assegnare quasi duemila alloggi popolari in quattro anni. Ne hanno spesi un terzo di quei fondi, gli altri si sono persi. Altri settanta milioni di euro li ha voluti dare il governatore Totò Cuffaro nel 2004. Ma le baracche sono sempre lì, sempre più infami. Alcune sono state rifatte. «Modificate», dicono i loro abitanti. Con un po di cemento, rinforzate con qualche mattone, pitturate. «Abbellite», dice Eleonora Bonasera che mostra i suoi fiori di plastica piantati nella terra. E ricomincia a raccontare la sua vita anche Eleonora. E ricomincia anche Antonina e poi il piccolo Salvo e poi la piccola Sara. Salgono le voci di viale dellAnnunziata numero 150 barra A.