David lascerà Firenze per essere esposto alla «Campionaria delle qualità italiane» che si tiene a Fieramilanocity (sic). Non occorre essere degli esperti per convincersi che per nessuna ragione si dovrebbe esporre ai rischi di un viaggio un'opera di quell'importanza e delicatezza. Né c'è bisogno di essere un assessore al turismo per trovare disdicevole che chi visita il Bargello, magari per la prima e unica volta, abbia la pessima sorpresa di non trovarvi l'opera che figura nello stemma stesso del museo. Ma anche se - come tutti speriamo - il David non subirà danni, e i turisti perdoneranno l'ennesima cialtroneria italica, una ferita si sarà comunque aperta. Una ferita culturale. Il governatore Roberto Formigoni ha spiegato che la Fiera sarà una «vetrina variegata e panoramica del meglio della nostra identità nazionale ». Ma qual è il nesso con l'esibizione del David? Se per illustrare «il meglio della nostra identità nazionale» gli organizzatori non trovano niente di meglio che sfruttare passivamente un'opera di quasi seicento anni fa, sarà difficile che riescano a tramettere un messaggio di fiducia nelle capacità reattive e progettuali di un'Italia che guardi avanti. Se invece il messaggio riguarda l'attuale capacità tecnologica ed artigianale di restaurare un bronzo complesso come quello, il modo migliore per celebrarle non è certo mettere subito in pericolo il frutto di quel restauro. L'unico messaggio che rischia di passare è che abbiamo ormai una visione da top ten della nostra identità culturale, ridotta a pochi feticci condannati d'ora in poi a viaggiare senza sosta a vantaggio della patria. Che senso ha sradicare un capolavoro dal suo contesto culturale ed artistico per usarlo come fondale di un evento economico? Sarebbe come utilizzare un'orchestra sinfonica diretta da Abbado come sottofondo per un pranzo di imprenditori, o serigrafare versi della Divina Commedia sulle pareti della Fiera. Ma forse basta aspettare, e vedremo anche questo. Le dichiarazioni del Ministro dei Beni culturali autorizzano a temerlo: «La movimentazione di alcuni capolavori simbolo, come il David - ha detto Bondi - è una scelta che il ministero sta perseguendo con coraggio e ostinazione per avvicinare ampi strati della popolazione al nostro enorme patrimonio artistico, che spesso gli stranieri sanno apprezzare più di noi». Bisogna ammettere che Bondi ha perfettamente ragione nella coda del ragionamento: in nessun paese civile un'opera dell'importanza del David sarebbe trattata come il commesso viaggiatore di una ditta in crisi. Ma, per il resto, emerge un orizzonte intellettuale desolante. L'alta e coraggiosa missione culturale che il ministro si assegna è quella della ''movimentazione'', quasi si trattasse di organizzare un trasloco o gestire un magazzino. Come si fa a pensare che, per «avvicinare la popolazione alle opere d'arte», si debba esibire il David lontano da Palazzo Medici, dalla Giuditta, dal David di Verrocchio e da tutta l'eredità culturale del primo Rinascimento che ancora innerva Firenze? Certo, finanziare la ricerca e l'università o assumere giovani storici dell'arte nelle soprintendenze (pagandoli decentemente) sembrerà un'alternativa pedante, e radicalmente incompatibile con i tempi brevi dell'azione politica. Ma è possibile che i creativi della Fiera non siano riusciti ad escogitare uno spot che convincesse i frequentatori ad andare a Brera, o all'Ambrosiana? E, se entrare in un museo pareva un'idea troppo polverosa, non si poteva organizzare una mostra di arte lombarda che avesse un senso compiuto? La vicenda del David è esemplare anche da un altro punto di vista. L'infelice idea di strumentalizzare Donatello è stata perfettamente bipartisan, giacché ha come padrini Maurizio Lupi, Pdl, amministratore delegato di Fiera Milano Congressi, e Ermete Realacci, Pd, presidente di Symbola, Fondazione per le qualità italiane. L'idea condivisa è evidentemente che le opere d'arte debbano servire alla politica. Letteralmente: esserne dei servi. Da utilizzare a piacimento in cambio di una qualche attenzione. Nel caso del David tutto comincia con il restauro. Un restauro non indispensabile (come quelli che sempre più spesso si concentrano sulle poche opere-feticcio, giovando più ai promotori e agli sponsors che alle opere stesse) finanziato dalla Protezione Civile. Ci si può chiedere perché in un paese così tragicamente a rischio, una Protezione Civile che non riesce ad assumere i geologi di cui ha vitale bisogno disponga invece di un fondo per il restauro di opere d'arte. Forse la risposta viene da Milano. La Protezione Civile è un dipartimento della Presidenza del Consiglio: e dopo che essa ha ''miracolato'' il David, il governo ha deciso di mettere subito a reddito questo credito. Donatello ha avuto: che sia riconoscente. Voci che si sperano infondate vorrebbero che, dopo Milano, il David debba umiliarsi fino ad andare alla Maddalena a fare da soprammobile di lusso per il G8. L'ultima volta che Donatello è stato usato per festeggiare l'arrivo del capo di un governo amico era il 9 maggio 1938. Quel giorno Hitler fu accolto a Firenze dal San Giorgio di Donatello issato sul basamento della Giuditta, e piazzato in Via Maggio tra le svastiche. Il singolare pastiche donatelliano era dettato da una sensibilità iconografica allora ancora viva. Non era il caso di esporre la Giuditta stessa: una donna che decapitava un uomo non era adatta a rappresentare i valori della virile Italia fascista. Il David era evidentemente troppo ebreo, e troppo nudo. Oggi quella nudità non turba più: anzi è adattissima al ruolo di valletto, o di velina, che gli è stato ritagliato alla Fiera di Milano. Il precedente hitleriano è tanto infausto che spero basti a sconsigliare la nuova missione politica del David. Si potrà obbiettare che non si può paragonare l'atmosfera tragica del 1938 con la farsa attuale. È verissimo. Tanto più che esiste una fondamentale differenza: nel 1938 si ebbero la cultura e il buon senso di utilizzare dei calchi, delle copie. Ma allora l'opinione pubblica, gli intellettuali e i funzionari delle Belle arti dovevano vedersela solo con il duce. Oggi chi può tener testa a Sandro Bondi? E così per Milano parte l'originale, e al Bargello rimane la copia. Professore associato di Storia dell'arte moderna Università degli studi 'Federico II' di Napoli