Le città sono vive!, era solito ripetere Giorgio La Pira, che nella sua esperienza di ambasciatore della pace nel mondo elaborò quella che successivamente sarebbe stata riconosciuta come una vera e propria teologia dei luoghi. Per il sindaco di Firenze le città, più che delle costruzioni, erano delle incarnazioni, dove i caratteri formali dell'urbanistica e quelii ideali della storia si fondevano insieme, per rendere un'unica testimonianza alla bellezza della vita e del bene comune. Queste parole mi sono tornate più volte in mente in queste uliime tragiche settimane, mentre la televisione ci mostrava le immagini dell'Aquila, ferita e piegata dalla violenza del terremoto. Di fronte alla disperazione di centinaia di famiglie, colpite nei loro affetti e private delle proprie case, nulla può essere detto e tutto deve passare in secondo piano. Ma è l'immagine dei monumenti cittadini, colpiti o distrutti, e del tessuto edilizio che li avvolge che più di ogni altra esprime quel dramma, quella precarietà che trascende il singolo dolore e diventa sofferenza collettiva di un'intera comunità. A tutti noi restano impressi i fotogrammi della Chiesa delle anime sante, con la sua cupola rovinata a terra, del campanile di San Bernardino in gran parte crollato, della Basilica di Collemaggio tragicamente colpita in tutta la parte del transetto, dei crolli del Castello cinquecentesco, simboli dell'identità storica della città, di una città ora in ginocchio. Questo, oltre ad addolorarci, può ricordarci anche la forza e l'importanza che l'identità collettiva può avere per uscire dal dramma individuale. Jung ci insegna quanto, nella nostra esistenza, contino i simboli collettivi, appiglio e misura intorno ai quali impariamo a conoscerci e a riconoscerci. Così come un simbolo può esprimere il dramma di una comunità ferita, la sua ricostruzione può rappresentarne il desiderio di rinascita. La nostra riflessione, allora, deve trasformarsi necessariamente in una presa d'atto delle nostre responsabilità e del nostro dovere di agire. Dopo il momento del pianto e del lutto ora è cominciata per L'Aquila la fase della ricostruzione ed accanto all'emergenza umanitaria è arrivato il momento di mettere a fuoco un'altra urgenza: quella della salvaguardia e del recupero del patrimonio storico e artistico. Non si può dimenticare, peraltro, che per la prima volta, nel caso dell'Aquila non sono singoli monumenti ad essere stati abbattuti. Per la prima volta, nella storia del paese, ad essere stato colpito dal sisma è l'intero impianto monumentale ed istituzionale di una città capoluogo. Anzi, per essere precisi, in altre circostanza furono distrutti edifici e fabbricati, se vogliamo, di un valore artistico forse addirittura unico, ma mai era stato travolto, come in questo caso, l'intero complesso storico, artistico ed architettonico di un'intera città e della sua periferia. Questo imporrà, necessariamente, un approccio ricostruttivo più complesso ed articolato che non potrà prescindere dalla valutazione di questo dato. Non si tratta soltanto di far sì che non vada perduta una parte cospicua delle nostre ricchezze, ma vuol dire prima di tutto salvare quella che è la ricchezza di una intera comunità. Perlomeno in un duplice senso. Per prima cosa salvare il patrimonio urbanistico, artistico e museale di una città vuol dire mettere al sicuro parte di quella ricchezza da cui quella città potrà ripartire. In secondo luogo, recuperare la storia e Parte di una città vuol dire salvaguardarne l'anima. Ed è questa la priorità che deve guidarci. Per questo motivo ho contestato fortemente l'idea che, dopo il sisma, si potesse pensare a costruire una L'Aquila 2, una sorta di città del futuro, magari assai più funzionale, che sostituisse, a qualche chilometro di distanza, la vecchia città distrutta. Nessuna funzionalità, nessuna facilitazione portata dalla tecnica o dal progresso può riempire il vuoto di una storia che viene cancellata. Grazie a Dio quest'ipotesi è ragionevolmente tramontata da subito ed oggi si può pensare seriamente a recuperare ciò che non deve andare perduto. La cosa importante non è soltanto recuperare il patrimonio artistico ed urbanistico di una città, ma farlo tenendo conto del significato che l'uno o l'altro monumento, questo o quel palazzo possono avere per una comunità, anche a prescindere dal valore artistico intrinseco. In un'opera di ricostruzione come quella che attende L'Aquila ci che per prima cosa deve essere ricostruito è il senso della comunità. Il senso di una comunità certamente fatta, per prima cosa, da persone che, in queste ore drammatiche, si sono strette ancor più vicine con vincoli di solidarietà, ma una comunità fatta anche di luoghi, di storia e di simboli urbani che plasticamente restituiscano a chi ci ha vissuto il senso della propria storia e della propria appartenenza a quel territorio. Ricordo, sommessamente, che imparai proprio questo quando, da ministro dei beni e delle attività culturali, mi trovai a dover gestire la ricostruzione dopo il terremoto umbro-marchigiano. Due furono i criteri che guidarono l'individuazione delle opere da sottoporre prioritariamente ad intervento: evitare danni irreparabili al patrimonio artistico e rendere immediatamente a quella gente i simboli del loro essere comunità. Se per un verso, infatti, ci si dovette subito attivare per evitare che il passare del tempo rendesse irrecuperabili certi esori inestimabili (penso ad esempio agli affreschi delle basiliche di Assisi), dall'altro comprendemmo che senza rimettere in piedi specifici edifici, quella comunità avrebbe stentato a rialzarsi. Ci sforzammo di sviluppare una sensibilità che ci consentisse di capire quale di quelle opere, magari apparentemente meno eclatanti, fosse per carica di significati sociali, culturali ed umani da rappresentare, per quelle popolazioni, un elemento irrinunciabile della propria identità comunitaria. Per un occhio troppo tecnico questo pu sembrare irrilevante, ma per chi ha la responsabilità di gestire la cosa pubblica deve rappresentare un elemento da considerarsi con assoluta importanza. Ricostruire una chiesa, ripristinare una fontana, restituire ad una città ferita la facciata integra di un palazzo storico o la stabilità della torre civica, parti vitali di un organismo vivente, quale è il centro storico di una città, pu andare ben oltre il valore che ha quel monumento. Può significare porre la prima pietra di una ricostruzione di identità. Può significare la capacità di superare realmente la paura della precarietà, l'angoscia del tutto è perduto. Ridare ad una comunità sparpagliata dalla calamità l'integrità dei propri simboli intorno ai quali tornare a raccogliersi pu voler dire ridare loro la speranza che la loro storia e la loro vita siano pi forti del terremoto. Riconoscersi negli antichi luoghi dell'abitare e del vivere, nel rapporto con le comunità e con gli insediamenti della vita rurale, in definitiva, nel paesaggio disegnato da tali luoghi. Il nostro impegno, ciascuno secondo il proprio ruolo, deve essere quello perché anche L'Aquila, con le sue piazze, i suoi palazzi e le sue chiese, per citare ancora La Pira, «resti come un libro vivo della storia e della civiltà umana: destinata alla formazione spirituale e materiale delle sue generazioni venture».
Europa
22 Aprile 2009
✓ Entità verificate
ABRUZZO - Salviamo L'Aquila 1
GI
Giovanna Melandri
Europa
Artista / Persona
Bene culturale
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