Il critico, artista e storico Gillo Dorfles ieri a Palazzo Reale alla proiezione del documentario-biografia «Genova è il ventre materno del cortile di palazzo Pallavicino dove ho vissuto dai 4 ai 10 anni, sono le paste di Klainguti, palazzo Tursi dove si sono sposati i miei genitori, dove ho ricevuto la cittadinanza onoraria, e la passeggiata che facevamo fino in fondo a via Corsica, a guardare il mare. Genova non è una vera città marinara, la sua vita è nei caruggi: Soziglia, Luccoli»: Gillo Dorfles guarda la vetrina della libreria universitaria di via Balbi, cammina lento ma sicuro, entra a Palazzo Reale, si siede in prima fila con il suo volto appuntito, avvolto da duecento persone che affollano ogni spazio del salone da ballo. Ieri pomeriggio il grande critico e storico dellarte, artista, teorico e studioso di estetica, che il 14 aprile scorso ha compiuto 99 anni, è stato protagonista a Genova di un "omaggio" che gli anno preparato la direzione regionale per i Beni culturali, Palazzo Reale, il settore attività culturali della Biblioteca universitaria, lassociazione Pasquale Anfossi, per la settimana della Cultura in Liguria. Erano assenti gli altri due protagonisti dellomaggio, larchitetto Renzo Piano (trattenuto a New York) e il poeta e scrittore Edoardo Sanguineti (per motivi di salute): al centro dellincontro, il rarefatto, ironico, ritmico documentario realizzato da Francesco Leprino "Attraverso il tempo, attraversato dal tempo... Un secolo di Gillo Dorfles", sessantatre minuti contrappuntati dalla musica del compositore (amico di Dorfles) Franco Donatoni. Le immagini di Angelo "Gillo" Dorfles bimbetto in braccio alla mamma e il critico oggi, che cammina davanti ai suoi ricordi a Genova, Torino, Trieste (dove è nato), Milano dove vive. Le parole "petrose" e riconoscenti dedicate a lui dalla critica Lea Vergine, quelle pacate dellallievo e direttore dellistituto europeo di Design Aldo Colonetti, quelle commosse dello scultore Arnaldo Pomodoro. La fondazione del Mac (movimento darte concreta), le sue opere pittoriche, i suoi testi teorici, linvenzione del "kitsch": Gillo, sempre impeccabile nei suoi abiti («ma non vesto mai dazzurro, solo di nascosto») ricorda la prima volta in cui incontrò Mussolini, in un esclusivo club di giocatori di scherma cui era iscritto, al primo anno di Università: «Fece un discorsetto che mi colpì per banalità, goffaggine e retorica, rimasi stupito che fossero già così tante le persone entusiaste di lui. Chi aveva un minimo di buon senso non doveva accettare il fascismo, così come chi ha un minimo di buon senso non può accettare il berlusconismo». Dorfles sorride poco, in sala, sotto gli occhiali scuri, ma sullo schermo, come unopera di arte concreta si scompone la sua vita, fatta innanzitutto di testarda curiosità.