Caro direttore, fra le molte affermazioni condivisibili contenute nei due editoriali di Franco Camarlinghi dedicati a «Renzi, il Pd e i conservatori » sul Corriere Fiorentino di giovedì e venerdì della scorsa settimana una mi ha lasciato molto perplesso. Camarlinghi denuncia «lo sfruttamento irragionevole della storia da parte di una monocultura turistica che ha fatto delle parti artistiche una periferia» e conclude che per «ridare vita al centro» occorre puntare sulle «sole funzioni che lo possano fare, la residenza e il lavoro». Io penso che il turismo, prima ancora che una vocazione, sia un destino per la nostra città. Come negare, infatti, ad un mondo che si globalizza, «l'esperienza» Firenze, città simbolo di un'epoca che ha segnato la storia dell'Occidente e che ha prodotto una parte cospicua dell'intero patrimonio artistico umano? E' vero che questa bellezza ha ingenerato una pressione fortissima e a tratti insostenibile sulla vita dei residenti, squilibri nell'organizzazione dei servizi, fenomeni di rendita nella economia del turismo che hanno «impoverito» la città e modificato la sua identità, ma questo contrapporre turismo a residenza e lavoro, se da un lato non ci aiuta a sfuggire al nostro destino dall'altro non ci aiuta a cogliere gli spazi di nuova economia che possono vedere la luce dallo sviluppo delle potenzialità del binomio turismo-cultura. La contrapposizione rievocata da Camarlinghi ha dominato a lungo il dibattito nella sinistra fiorentina e ha, secondo me, impedito di aprire un confronto più fecondo di risultati fra economia della cultura, economia del turismo e altre economie o industrie. Firenze non può sfuggire al turismo ma può cercare di viverlo in modo meno passivo, sfruttandone alcune potenzialità non necessariamente confliggenti con la vita «vera» dei residenti. La città dei musei, dei centri culturali, delle biblioteche, degli studi e della creatività in senso lato può essere una parte importante a servizio dei visitatori e dei residenti per un disegno comune di città aperta, viva e accogliente, per gli uni e per gli altri. E anche produrre nuovi posti di lavoro qualificati. Non dimenticando che la città storica (a cui Camarlinghi pare dedicare un'attenzione esclusiva) dovrà sempre più essere una parte della più ampia città vera di oggi, che si distende nella piana. Paolo Cocchi Assessore regionale alla cultura Caro direttore, Franco Camarlinghi ha indicato come centrale nell'agenda dei candidati a sindaco la questione del centro storico di Firenze. In particolare ha chiesto di ridare «vita al centro attraverso le due sole funzioni che lo possono fare, la residenza e il lavoro ». Ha invitato a «ritrovare spazio per l'artigianato e nuove ragioni produttive, industriali, culturali». Chiosando che «l'aereoporto deve essere visto nella relazione fra una comunità attiva e le sue esigenze di scambio internazionale e non come modesta aggiunta per l'incremento del turismo». Vivacity, l'associazione creata due anni or sono sulla spinta di una veemente protesta di commercianti, ma anche attenzione di tanti giovani e meno giovani fiorentini contro la politica vessatoria dei divieti ad oltranza, delle multe a raffica, della desertificazione del centro spogliato progressivamente delle sue funzioni di residenza, di luogo lavorativo e di agorà culturale e sociale della nostra comunità, non può che essere d'accordo. Per noi il tema del «rilancio del centro storico di Firenze, della sua vivibilità, della sua accessibilità» è decisivo. Negli anni passati da Palazzo Vecchio è giunto ai fiorentini un messaggio piuttosto chiaro: non venite in centro! Non vivete in centro! Ztl enorme, Ztl notturna, Ztl che comincia, poi non comincia, poi finisce; una selva di cartelli diversi agli ingressi del centro stesso che per leggerli tutti ci vuole una lunga sosta; parcheggi dislocati in località improbabili e carissimi dove nessuno che svolga una vita reale può pensare di lasciare l'auto mentre a Monaco di Baviera, per fare un esempio, il centro è pedonalizzato, ma a una distanza di dieci minuti (andando a piedi) c'è una rete di parcheggi sotterranei che costano al massimo dieci euro al giorno; trasporto pubblico fatiscente e obsoleto (stile vecchia Alitalia) mentre servirebbe una rete di bussini elettrici moderni (stile Ryan Air); e poi complicazioni a non finire per chi risiede in centro, crescente pericolosità nelle ore serali perché la desertificazione lascia sempre più spazio agli sbandati e ai malintenzionati, impossibilità per una famiglia composta da più persone con auto propria di farne uso anche solo per raggiungere la propria casa (il Comune rilascia un permesso per nucleo familiare, con una sorta di razionamento della libertà di muoversi). Non solo. I cinema del centro, che erano con i teatri il telaio culturale della vita serale fiorentina, sono ormai quasi tutti chiusi. A tenere viva la speranza un altro centro è possibile! ci sono alberghi e locali. Firenze ne vanta di ottimi, spesso animati da buone intenzioni, disponibili ad investire in iniziative culturali, mostre, spettacoli, eventi. Nei giorni scorsi abbiamo presentato il progetto «CityLights» per una «piccola» estate fiorentina disseminata ad arte nelle varie aree del centro. Vediamo se si potrà fare. Ma è comunque evidente che, prima di ogni proposta per vivacizzare la vita serale del centro e rilanciarne la frequentazione dei fiorentini, vanno affrontate le questioni di fondo della residenza e del lavoro, come suggerito da Camarlinghi, oltre che quelle della mobilità e della vivibilità, come sostenuto da noi. Questo è il programma che la nuova amministrazione dovrà avere a cuore. Firenze deve tornare a essere vivace come certe sere spagnole, colta come certi ambienti berlinesi, chic e glamour come certi vernissage londinesi. Serve un progetto culturale forte per il centro, in armonia con la sua storia artistica, le sue suggestioni culturali, i suoi richiami urbanistici. Questa è la prossima battaglia da fare a Firenze. Bisogna ritrovare un nuovo slancio. Chi ha attività commerciali ed economiche nel centro di Firenze non vuole mollare ed è pronto ad impegnarsi. Vogliamo e cerchiamo un sindaco che ci creda. Leonardo Tozzi Portavoce di Vivacity La grande epoca di Firenze ha lasciato in eredità a tutto il mondo un patrimonio di storia e di cultura che nel Novecento ha cominciato però a piegarsi a un destino turistico di massa, al quale via via adeguare tutte le politiche, sia di destra che di sinistra. Si è così formato un modo di pensare delle classi dirigenti per cui è più importante l'incremento costante dei visitatori degli Uffizi piuttosto che il funzionamento della Biblioteca Nazionale. Quella che Giacomo Becattini definì in anni lontani la premiata compagnia Botticelli-Michelangelo C. e che lo svuotamento progressivo di residenza popolare e di attività produttive all'indomani dell'alluvione ha reso dominante negli interessi di tutta la città, non solo del centro storico, non era un avvenire inevitabile. Nemmeno Alessandro Pavolini, inventore del binomio cultura-turismo, che negli anni Trenta aveva anche degli elementi oggettivi di novità, avrebbe potuto pensare che l'intuizione che metteva insieme il Calcio in costume con il Maggio si sarebbe trasformata nel corso dei decenni in quella che si può chiamare una «monocultura» turistica, nel senso di un uso sregolato e privo di alternative o di contrappesi dei musei e dei monumenti fiorentini. Del resto, per lungo tempo è esistito un contrasto positivo fra la costante trasformazione del centro in una disneyland per visitatori frettolosi e un'importante periferia industriale, anche densa di attività innovative. La grande crisi a cavallo degli anni Novanta, con la scomparsa in particolare di alcuni gruppi industriali che avevano rappresentato l'altra faccia di Firenze, ridusse le possibilità di un equilibrio fra vocazioni diverse della città. Gli ultimi due decenni hanno visto un accentuarsi del «destino» turistico della parte antica e come alternativa il ritorno a una prepotente attività edilizia, per molti aspetti simile a quella che aveva caratterizzato gli anni Cinquanta e Sessanta. Le classi politiche non hanno contrastato questa deriva: per dirla con una battuta, non si sono strappate i capelli sulle scale di Piazza dei Cavalleggeri, se li sono rasati solo per lo stadio del calcio. Ciascuno è artefice della propria fortuna, dicevano gli antichi; per questo non esiste una sorte inaffrontabile e che obblighi a vivere solo sulla rendita. In un tempo come l'attuale in cui tutto sta cambiando (forse anche il destino turistico di Firenze) le classi dirigenti dovrebbero dare il segnale, con coraggio, di un grande ripensamento delle politiche economiche, della cultura e delle infrastrutture con un'idea nuova di città per il suo terzo millennio. E su questo dovrebbero impegnarsi tutte le forze riformatrici, di destra o di sinistra non importa, in un confronto che nell'attuale campagna elettorale ancora non si vede ancora. Bisogna dire, però, che i fermenti che esprimono protagonisti giovani o meno giovani delle attività tipiche del centro storico, insieme ad altri gruppi sociali, hanno tutta la possibilità di uscire dal loro «particolare» e di legare esigenze concrete a una richiesta di visione politica alta, non sacrificata dai condizionamenti di ciò che sembra inevitabile. Franco Camarlinghi