Restaurata lantica casina di caccia di Ferdinando IV di Borbone RIFUGIATO in Sicilia con tutta la Corte per sfuggire i francesi di Napoleone, a re Ferdinando mancava tutto di Napoli. Ma più di ogni altra cosa mancavano le battute di caccia. Ancora bambino era rimasto in Italia mentre suo padre Carlo III diveniva re di Spagna e - magari per tenerlo lontano dagli affari di Stato - chi doveva educarlo ne aveva fatto un cacciatore. QUANDO FERDINANDO MOSSE GUERRA ALLE VOLPI Il capomastro arrivava da Firenze gli arredi sbarcarono da Napoli Lo stile era semplice solo lo stemma sulla facciata tradiva il rango dellinquilino Durante la guerra con Napoleone ledificio diventò la sede dellesilio La regina Carolina si intrufolò da un cunicolo sotterraneo eludendo le guardie inglesi Riapre restaurata la casina di caccia di Ficuzza: il sovrano stanziò mille onze al mese per un progetto che piantò boschi, costruì strade e ristrutturò case coloniali AMELIA CRISANTINO C ostruire padiglioni per la caccia era la logica conseguenza di una passione presa molto sul serio, ed è così che vengono create le tenute della Favorita e della Ficuzza con le loro "Reali Casine". La prima idea di una casina di caccia alla Ficuzza risale al 1802. Nel luglio di quellanno vengono fatti i rilievi, il re visita i luoghi e approva il progetto. Il palazzo sorgerà sullo scenografico sfondo delle pareti grigio calcare di Rocca Busambra, circondato da feudi un tempo nel patrimonio della Mensa di Monreale. In pochi anni vengono piantati boschi, restaurate le case coloniche, costruite strade. E, poiché la casina di caccia era anche una fattoria modello, simpiantano allevamenti, arnie per il miele, una colombaia. Il re dispone lo stanziamento di mille onze al mese e Felice Lioy, che era lamministratore della Magione, sta appresso ai muratori e al loro capomastro arrivato apposta da Firenze. I lavori diretti da Giuseppe Venanzio Marvuglia si concludono nel 1807. Al pianterreno le stanze della servitù, le cucine e le dispense; al primo piano lappartamento del re e del principe Leopoldo. Arredi in gran parte sbarcati da Napoli, raffinatamente semplici: solo lorgoglioso stemma sulla facciata - Diana e Pan con cinghiali e cervi - tradiva il rango dellinquilino. Per il resto, i boschi erano ricchi di cinghiali e la caccia grossa era la preferita di sua maestà. Nella tenuta della Ficuzza tutto poteva andare per sempre nel migliore dei modi, perché quandera a caccia Ferdinando non aveva paura né dei giacobini né delle rivoluzioni e diventava il più compagnone dei re. Lunica preoccupazione erano le volpi e i lupi che senza alcun rispetto sterminavano lepri e conigli, i reali guardiacaccia avevano il loro da fare. Ma cera la guerra, una guerra mondiale che in Sicilia aveva uno dei suoi punti strategici e lisola era occupata dagli inglesi. I baroni si ubriacavano di feste e si sentivano patrioti, non avevano alcuna intenzione di cedere gli antichi privilegi per rendere più razionale lamministrazione del Regno. Quindi lottavano contro la Corte, civettavano con gli inglesi. I quali erano invasori, ma la storia aveva insegnato che i padroni lontani e potenti erano sempre meglio di quelli vicini e bisognosi: non cera bisogno di conoscersi troppo, dietro la bandiera dellautonomia ognuno poteva continuare la sua vita. Era un po una commedia degli equivoci, con gli inglesi che appoggiano i baroni e impongono una Costituzione. Nella lotta fra i Borbone e gli inglesi le Casine di caccia, pensate per il riposo e il diletto, cambiano significato. Si trasformano in rifugio, luogo di simbolico esilio. Nel gennaio del 1812 il re sè confinato alla Ficuzza, mentre il ministro inglese William Bentinck concentra lesercito su Palermo e decide la composizione del nuovo governo: vuole subito la Costituzione, da esibire come un trofeo contro i francesi. Il re è alla Ficuzza quando il poeta Tommaso Gargallo gli porta dei libri che spiegano i caratteri della costituzione inglese, da tutti richiesta ma da pochi conosciuta. Ferdinando che ha sempre ostentato disinteresse verso il governo finisce per deprimersi e non vuole che si festeggi il suo compleanno. Il 10 gennaio 1812 Maria Carolina ne scrive al principe di Butera: «Ricevo lettere lamentevoli dalla Ficuzza e la proibizione di andare domani a tributargli i nostri sinceri voti e omaggi». La regina si trova a sua volta relegata a Mezzo Monreale, poi viene allontanata da Palermo e trasferita a Castelvetrano. Alla Ficuzza Ferdinando ostenta disinteresse per gli affari palermitani, rifiuta di parlare con Bentinck che lo ha umiliato. Passano i giorni, la situazione è bloccata ma ecco il colpo di scena. È il 5 gennaio del 1813, la regina sè «furtivamente insinuata» alla casina di caccia: di sicuro attraverso il cunicolo sotterraneo che permette di aggirare le guardie inglesi. Bentinck se ne lamenta col re, i ministri rispondono che «non appena la fusione delle nevi lo avrebbero permesso» la regina si sarebbe ritirata altrove: risposta che ci rimanda a una Sicilia senza strade carrozzabili, con le comunicazioni terrestri oltremodo difficili. Intanto, mentre tutta lattenzione è monopolizzata dalla presenza di Carolina il re decide di tornare a Palermo e, nella ricostruzione di Isidoro La Lumia, arriva la sera del 6 febbraio «guidando egli stesso il suo carrozzino». Fu un ritorno brevissimo, lesercito inglese si dispone ad attaccare e il vecchio monarca se ne torna alla Ficuzza. La regina, costretta ad abbandonare la Sicilia, scrive a Butera di sentirsi «presa di mira da scellerati e loro potenti protettori». Casino di caccia e anomalo rifugio, il palazzo della Ficuzza vive solo una breve stagione. Abbandonato nel 1815 quando le sorti della guerra permettono a Ferdinando di tornare a Palermo e quindi a Napoli, è saccheggiato durante i moti del 1820. Nel 1862 è di nuovo sfiorato dalla Storia, è alla Ficuzza che saccampano i volontari garibaldini poi fermati ad Aspromonte. Senza più re-cacciatori il Real Casino viene silenziosamente abbandonato, anche se il luogo sembra bucolico e sarebbe facile pensare a un pacifico destino di fattoria. Ma si trova a due passi da Corleone e tanto tranquillo non è. Nella piazza del minuscolo borgo la sera del 20 agosto 1977 viene ucciso il capitano dei carabinieri Giuseppe Russo: indagava sugli appalti miliardari della diga Garcia. Erano passati i decenni e anche i secoli, in Sicilia lunica guerra che non riusciva a chiudersi era quella non dichiarata che alcuni uomini combattevano contro la mafia.
la Repubblica
21 Aprile 2009
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Amelia Crisantino
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