«Aggio trovato stu portababà mentre zappavo il terreno». Comincia con questa frase, l'intrigo della fuga del «tesoro di Boscoreale» dall'Italia, nella primavera del 1895. Un caso complesso, quel trafugamento, che alla fine del 1800 coinvolge politici, nobili, ministri, Parlamento. Suscita le ire di Benedetto Croce e di Giovanni Bovio; fa consumare fiumi d'inchiostro a Salvatore Di Giacomo; mette in moto processi penali e genera il sospetto di una morte violenta per Vincenzo De Prisco, nel cui terreno si ritrovò il tesoro. Su quelle vicende hanno scritto Antonio Cirillo e Angelandrea Casale, ne "Il Tesoro di Boscoreale e il suo scopritore" - la vera storia ricostruita sui documenti dell'epoca. Il saggio, stampato con il sostegno dell'Associazione «Amici di Pompei» e della Soprintendenza archeologica, si avvale della presentazione del Soprintendente Guzzo e sarà proposto oggi, alle 18, all'Auditorium di Pompei dal Soprintendente regionale Stefano De Caro. L'elemento di spicco del libro è quello di avere sviscerato definitivamente e correttamente la vicenda degli argenti trafugati. A partire dallo «schiaffo» tirato dalla Francia all'Italia, rea di aver sottostimato la preziosità dei reperti. Che fecero quasi saltare dalla meraviglia il marchese Scognamiglio, direttore della galleria Canessa, in Piazza dei Martiri, quando il contadino (inviato a contattare l'antiquario e a concertare l'espatrio dei preziosi) gli mostrò un vaso d'argento massiccio, d'epoca romano-alessandrina, finemente lavorato a sbalzo. Quel reperto, il «portababà» era stato trovato due settimane prima della Pasqua, in uno scavo archeologico alla periferia di Boscoreale. Sparsi tra lapilli e cenere del 79 d.C., c'erano 109 pezzi d'argenteria di finissima fattura, collane, bracciali d'oro e mille nummi d'oro (valore: centomila sesterzi), alcuni fior di conio. Per capire la grandiosità del ritrovamento lo si confronti con quello della Casa del Menadro che a parità di argenti restituì solo tredici monete d'oro. Sondata la Soprintendenza e intuito che non c'erano soldi, De Prisco comprese che se voleva fare affari doveva rivolgersi all'estero. E fu così che il tesoro (solo gli argenti) venne acquistato dal barone de Rotschild per mezzo milione di franchi: circa 4 miliardi di vecchie lire. Come passarono la frontiera tutti quei pezzi? Franceso Canessa narrò di una corsa ciclistica San Remo-Nizza e degli zaini dei corridori imbottiti con piatti e coppe. I giornali francesi, allora, diedero la notizia con supponenza. Quelli italiani schiumarono rabbia. Scoppiò lo scandalo. Si cercarono prove sulla violazione dei decreti ferdinandei. De Prisco fu denunciato. Ma, l'uomo (fu, poi, deputato per due legislature) non era uno sprovveduto: aveva un fratello avvocato e un altro Primo Presidente della cassazione e ne uscì assolto. Si gridò alla connivenze e partì un'inchiesta che sollevò il soprintendente De Petra. Il tesoro, però rimase a Parigi. L'onorevole morì suicida nel 1921. Di quella morte fu incolpata, e assolta, la moglie, Sofia Kohut, conosciuta a Parigi e sposata sei mesi prima di morire. L'unico aspetto positivo di quella vicenda, fu l'emanazione, nel 1902, di un meccanismo legale per la protezione dei Beni Culturali, che, seppure modificato, ancora oggi è la base della legislazione in vigore.
Il tesoro di Boscoreale - Il trafugamento che destò le ire di Croce e Bovio
Un caso di furto di tesoro di Boscoreale, in Italia, nel 1895. Il tesoro, composto da argenti e monete d'oro, fu trovato da un contadino, Aggio, mentre zappava il terreno. Il tesoro fu acquistato dal barone de Rotschild per 4 miliardi di vecchie lire. La storia del furto è complessa e coinvolge politici, nobili e ministri. La Soprintendenza archeologica e il Soprintendente De Petra indagarono sulla violazione dei decreti ferdinandei, ma il tesoro rimase a Parigi. L'onorevole De Prisco morì suicida nel 1921, e la moglie Sofia Kohut fu incolpata e assolta della sua morte.
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