Da che "mondo è mondo", la storia si scrive, si cancella e si riscrive. I cartigli con i nomi dei faraoni sui templi e sugli obelischi sono stati abrasi e riscolpiti più volte, secondo le vicende della damnatio memoriae e della riabilitazione di questo o di quel sovrano. Tutte le nostre città sono piene di lapidi cancellate, di armi araldiche dalle insegne scalpellate via, di simboli e d'iscrizioni fatti sparire o camuffati, di vie e di piazze sbattezzate e ribattezzate. Al tempo dell'impero romano, le statue dei Cesari si riciclavano tranquillamente: si decapitava un Nerone, si sostituiva la testa ed ecco la statua di Nerva. Sulle caratteristiche fisiologiche, si passava sopra allegramente. Scusate, ma non crederete mica per caso che Napoleone, nudo, avesse l'aspetto che il Canova gli ha conferito nella statua dell'Accademia di Brera? Non mi meraviglio e non mi scandalizzo affatto di quest'uso. Ne comprendo anzi se non la necessità quanto meno l'impulso immediato, a caldo. Era sopportabile a Genova l'effigie ai Giambattista Perasso detto Ballila (in realtà detto Mangiamerda) all'indomani del 25 luglio, con tutto quel che aveva significato nei vent'anni precedenti? Si potevano sopportare le onnipresenti scure dei fasci littori? No, non si poteva. Ma, passata la tempesta, era pur necessario rendere a Cesare quel ch'era di Cesare, a Benito quel che di Benito era stato merito. La storia si può anche cancellare: ma, a lungo andare, riaffiora e bisogna rivisitarla serenamente, equamente. Perché mai Littoria, nell'Agro Pontino, dovrebbe chiamarsi pudicamente Latina? Il suo nome fa parte della sua storia. E perché mai i russi dovrebbero vergognarsi di chiamare Stalingrado quella città sacra, fra l'altro, alla loro guerra - che lo si voglia o no fu una eroica guerra patriottica - e continuar a chiamarla col banale e melenso nome di Volgograd? Allora, tanto varrebbe tornar a chiamarla Tzari-tzyn, come si chiamava al tempo - appunto - degli tzar e in loro onore. Non a caso lo tzar rosso volle sostituirvi il suo ricordo. Oggi, in Russia, esiste un fenomeno di "neostalinismo" legato alla cosidetta ideologia eurasiatista (e al "nazionalcomunismo", che non è proprio la stessa cosa ma quasi) e un diffuso nostalgismo stalinofi-lo, basato sul tempo "in-cui-eravamo-forti-e-rispettati-in-tutto-il-mondo". E ingiusto e ridicolo prendersela con tanta brava gente, che pensa - magari ingenuamente - in questo modo, e non capire che se la pensa così è perché il fallimento del comunismo poststaliniano e la democrazia disordinata e corrotta ch'è venuta dopo li hanno indotti a nutrire questi sentimenti. E anche l'amico Nicola Bono, sottosegretario ai Beni Culturali, potrebbe risparmiarsi di assumere atteggiamenti da Gran Cancelliere (cioè da Gran Cancellatore), e minacciar di rimuovere dal Vittoriano qualche lapide che ricorda i precedenti ministri, quelli del centro-sinistra? Sono scritte che testimoniano di una qualche vanità ministeriale? E allora? Il mondo ne è pieno: e nei paesi moderni è sempre stato l'uso la testimonianza d'un atto compiuto da un ministro, per magari irrilevante che fosse, fosse eternata nel marmo e nel bronzo. Si teme che costituisca un precedente? Andiamo! Di precedenti così sono piene le vie, le piazze e i ministeri. Durante le Olimpiadi romane del 1960, il ministro democristiano Bosco si mise in testa di cancellar le scritte mussoliniane dal Foro Italico. Improba, immane fatica: che molto spesso confinava col vandalismo. Perché, diciamo la verità, l'obelisco di Mussolini -che sta fortunatamente ancora al suo posto - è bello, oltre a essere la testimonianza storica d'un'epoca. In quel frangente, il partito da una costo-la del quale è uscito quello nel quale il sottosegretario Bono milita si dette a una martellante opera di sfottimento del ministro-cancellatore. Fece benissimo: quelle pretese, oltre che censorie e intolleranti, falsavano la realtà storica ed erano ridicole. Il suo non è un esempio da seguire. Non facciano i figli quel che i padri, giustamente, hanno combattuto e ridicolizzato.