Uno spettro si aggira da anni per ministeri, aule parlamentari, studi legali, musei e corridoi dei passi perduti: l'archeocondono. Appartiene alla famiglia un po' losca dei condoni edilizi e fiscali, delle sanatorie paesaggistiche e ambientali, insomma all'italico vizio di legiferare per poi incoraggiare chi viola le leggi. Il concetto è semplice: chiunque abbia in casa materiali archeologici di provenienza illecita (che sia una sola lucernetta o, puta caso, una collezione di tremila vasi greci da scavi clandestini) ne denuncia l'esistenza, e viene istantaneamente assolto da ogni reato commesso, inclusi i reati penali. Anzi, può acquisirne la proprietà pagando un modico 5 o 10 del valore (da lui stesso stabilito), ovvero, secondo una versione più furbesca, diventarne depositario in perpetuo mentre la proprietà nominale resta allo Stato. Nell'un caso e nell'altro, i materiali diventano commerciabili: ne viene trasferita all'acquirente la proprietà o, nella versione per furbi, il deposito perpetuo. Il principio giuridico (già nel Settecento valido a Roma e a Napoli) per cui il patrimonio archeologico è un bene comune diventa, dopo secoli, una sorta di optional per ingenui. Come giustificare questa assoluzione a tombaroli, trafficanti e collezionisti senza scrupoli? Semplice: non di condono si tratta, bensì di una benemerita «riemersione di materiali archeologici»: improvvisamente solleciti delle ragioni della scienza archeologica, deputati e legulei escogitano il modo per far «riemergere» un patrimonio nascosto, promuovendo gli studi e salvando la patria. Il primo spiraglio in questa direzione si deve a Veltroni, in un disegno di legge (AC 32161997) timido e reticente, che restò nei cassetti, ma fu ripreso con ben altra estensione da alcuni deputati del centro-destra nel 2004, con una proposta di sanatoria per legge (n. 5119), che l'allora ministro dei Beni culturali Giuliano Urbani e il sottosegretario all'Economia Vegas (sia detto a loro onore) riuscirono a bloccare. Da allora, gli stessi deputati hanno provato tre o quattro volte a infilare questa norma eversiva in una Finanziaria o in una qualche leggina, all'ultimo minuto, sperando che nessuno si accorgesse della marachella. Finora, invano: ma c'è da scommettere che riproveranno. In nome, si capisce, dei cittadini esemplari che (dice la relazione presentata al Parlamento dall'on. Gianfranco Conte il 7 luglio 2004) «certosinamente raccolgono» all'estero preziose collezioni archeologiche, al solo nobile scopo di riportarle in Italia; e fa, l'on. Conte, nome e cognome di uno di questi eroi (Edoardo Almagià). Peccato che proprio quel cittadino esemplare sia uno dei protagonisti del libro di Fabio Isman I predatori dell'arte perduta. Il saccheggio dell'archeologia in Italia, appena pubblicato da Skira. Peccato che sia stato colto sul fatto dai carabinieri nel 1992 a Guidonia, che abbia venduto reperti di provenienza italiana a New York, che il pm Ferri abbia dichiarato nell'aula del processo Getty che su di lui «sono in corso importanti indagini». Implacabile segugio, Isman ha seguito nel suo libro questa e altre piste, pedinando i colpevoli fra aule giudiziarie, musei, magazzini clandestini, i porti franchi di Ginevra e Basilea, cantine e garages. Nelle sue pagine troviamo involontari protagonisti delle cronache, dallo straordinario volto di avorio di Cesano alla triade capitolina di Guidonia, dal vaso di Eufronio trafugato a Cerveteri e approdato al Metropolitan ai marmi dipinti imboscati ad Ascoli Satriano e riemersi al Getty Museum. Vi troviamo(aiutati da un assai opportuno indice dei nomi) la dubbia aristocrazia dei trafficanti, persino una sorta di "organigramma dei predatori" sequestrato dai Carabinieri nel 1996. Ce n'è per tutti, dall'italiano Giacomo Medici all'inglese Robin Symes all'americano Bob Hecht: nomi che dal sottobosco dei mercanti d'antichità fanno la spola con le caserme dei Carabinieri e della Finanza e coi tribunali, eppure irresistibilmente tornano sul luogo del delitto, facendosi fotografare trionfanti una galleria davvero irresistibile accanto agli oggetti depredati, nel museo straniero che li ha comperati. Ogni pezzo ha la sua storia, il libro è insomma lo dice l'illustre prefatore, Giuseppe De Rita - un mosaico di micro-gialli, che però si incastrano l'uno nell'altro perché i nomi dei predatori sono sempre gli stessi, sempre gli stessi i musei stranieri che furono indotti all'acquisto, sempre gli stessi gli investigatori italiani (a cominciare dal Nucleo dei Carabinieri per la tutela del patrimonio artistico, il migliore del mondo). Insomma, una Grande Razzia di cui è stata vittima non solo la scienza archeologica (un oggetto decontestualizzato dice assai meno, non riesce a raccontare compiutamente la propria storia), ma anche nof tutti, defraudati di qualcosa che ci appartiene, di un diritto di proprietà e di fruizione che ci spetta, come cittadini. E finita la Grande Razzia? Qualche indizio sembrerebbe indicarlo, a partire dalla restituzione di numerose opere, fra cui anche il vaso di Eufronio e i marmi di Ascoli Satriano, da parte di famosi musei americani (una fortunata mostra, «Nostoi», raccolse al Quirinale le restituzioni del 2007): la tenacia dei nostri magistrati e delle forze di polizia si è qui incontrata con l'evolversi della coscienza professionale degli archeologi, specialmente negli Stati Uniti. Venti otrent'anni fa, curatori e direttori di museo potevano impunemente, cinicamente vantarsi di attingere al mercato clandestino (illuminante Il re dei confessori di Thomas Hoving, già direttore del Metropolitan), oggi nessuno lo farebbe più. Nei convegni dell'American Archaeological Association la priorità del contesto si è venuta affermando come un principio non solo scientifico, ma anche etico e deontologico. Ma siamo sicuri che (come scrive De Rita) «la stagione nera di cui questo libro dà così bene conto è probabilmente alle nostre spalle»? Vorrei poterlo credere. Ma che cosa succederà, se il partito dell'archeocondono finirà per spuntarla, depenalizzando (come nella proposta Conte di pochi mesi fa) ricettazione, riciclaggio e acquisto di cose illecite o sospette, e persino sospendendo i procedimenti penali in corso? Se gli oggetti così sdoganati potranno esser venduti in Italia e all'estero? Che cosa succederà se, come alcune voci irresponsabili van dicendo, gli oggetti superflui dei musei fmiranno con l'esser prestati come arredo a salotti e - tinelli, o esportate in un qualche emirato? I musei stranieri hanno finalmente (appena) cominciato a restituire opere trafugate; e lo hanno fatto sulla base del principio, etico e culturale prima che giuridico, che i beni archeologici, in quanto testimonianza di civiltà pertinente a contesti non segmentabili, sono di pertinenza pubblica. La civiltà giuridica e la cultura italiana, prima al mondo, ha affermato questo principio da secoli. Se, dopo aver convinto persino. i pi recalcitranti musei Usa, dovessimo abbandonarlo, con quale faccia potremmo chiedere altre restituzioni? Dopo aver legittimato il saccheggio dell'archeologia in Italia depenalizzando chi ne è colpevole, quale argomento avremmo per richiedere vasi e statue esportati ilegalmente? Il duro contrasto fra la recente ondata di restituzioni (che pu benissimo continuare) e il saccheggio documentato da Isman ci mette davanti a una scelta: vogliamo essere cultori della tutela archeologica o allearci coi predatori dell'arte perduta?